ASSEMBLEA MEDICINA E PERSONA, 25.08.25

NEI LUOGHI DESERTI COSTRUIREMO CON MATTONI NUOVI

“In luoghi abbandonati costruiremo con nuovo linguaggio. Ognuno al suo lavoro.”
— T.S. Eliot

“Vogliamo essere protagonisti nel mondo del lavoro, non rappresentando categorie, ruoli, interessi, corporazioni, ma rappresentando nel mondo del lavoro l’uomo. Non stanchiamoci perciò di riconoscerci insieme, riconosciamoci insieme come rappresentanti dell’uomo.”
— Don Luigi Giussani

L’assemblea 2025 di Medicina e Persona, svoltasi al Meeting di Rimini, ha avuto come filo conduttore la domanda:

“Cosa vuol dire nella nostra esperienza professionale in ambito sanitario rappresentare l’uomo e le sue esigenze? Che significato ha riconoscerci insieme? Medicina e Persona è stata un aiuto?”

Interventi

Vinicio Lombardi (Napoli)

Sono veramente contento per l’opportunità che abbiamo di incontrarci e di stare insieme.

Ritengo che il cuore della vita di un’associazione sia proprio il momento assembleare, cioè il momento in cui c’è la possibilità di raccontare l’esperienza che ciascuno di noi fa nei propri ambiti in tutta Italia, ma anche in Svizzera, in Spagna, ecc. Infatti “verba volant, exempla trahunt”, cioè, è attraverso gli esempi che siamo condotti, aiutati anche a vivere le circostanze in cui potremo ritrovarci.

Sono particolarmente contento che facciamo questa Assemblea qui al Meeting di Rimini, perché siamo diventiamo parte di un contesto più ampio. È interessante il titolo del meeting di quest’anno: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”.

La frase di Eliot fa riferimento a nuovi mattoni, nuovo legname, nuove pietre, parla nuovo linguaggio. Il tema dell’assemblea odierna, fa riferimento in particolare a questo: c’è bisogno di un nuovo linguaggio, ciascuno al suo lavoro.

Pensate cosa è accaduto dopo la caduta dell’Impero Romano. Un uomo, San Benedetto scrive una regola e a partire da quella esperienza è rinata una intera civiltà, è nata l’Europa. Ma due parole sintetizzavano tutto, “ora et labora”.

Se pensiamo alla nostra associazione, dobbiamo riconoscere che abbiamo un nome interessantissimo, con una potenzialità ancora da scoprire: Medicina e Persona. Il nostro nome mette bene a fuoco qual è  il compito a cui ci chiamiamo.

Il tema di oggi fa riferimento a un aspetto particolare che è quello del lavoro e del lavoro insieme. L’anno scorso nella nostra Assemblea qui al meeting, abbiamo citato la famosa frase di Don Giussani che disse qui al meeting nel 1985 “Vi auguro di non essere mai tranquilli”, spiegando poi che il problema del non essere mai tranquilli, stava nel fatto di non essere succubi della mentalità dominante. Perché questa cosa c’entra con il tema attuale? Perché il primo obiettivo della mentalità dominante è proprio quello di ridurre l’uomo in un aspetto decisivo della sua vita, cioè il suo lavoro. Per cui affermare il fatto che noi siamo rappresentanti dell’umano e che nel nostro lavoro dobbiamo avere sempre a cuore questa prospettiva, è una bella provocazione su cui apriamo il nostro dialogo.


Pietro Nazzaro (Bari)

Sono Piero Nazzaro da Bari, ex Prof. Ass. di Medicina Interna del Policlinico di Bari e Direttore della UOSD Ipertensione. Sono qui con Giuliano e volevo raccontare di come, dopo tanto lavoro siamo riusciti a fondare un centro sociosanitario che si chiama il “CSS Villaggio del Fanciullo”, dal nome della parrocchia che ci ha accolto. La cosa bella che è accaduta è che si è lavorato insieme al Banco Farmaceutico. La parrocchia ci ha dato spazi della loro struttura attigui a quelli del Banco. Abbiamo una reception, una sala d’attesa e l’ambulatorio medico. Il Banco Farmaceutico ha fatto anche un lavoro meraviglioso di schedatura di ogni singola confezione di farmaco generico e non. Ciò rende a noi la possibilità di operare direttamente. Ogni volta che facciamo una ricetta su un ricettario bianco, il paziente passa direttamente al banco a ritirare eventualmente il farmaco. Siamo iscritti al registro unico nazionale del terzo settore (RUNTS), abbiamo registrato, con l’aiuto degli amici del movimento del Centro Servizi al Volontariato, l’atto costitutivo e lo statuto all’Agenzia delle Entrate ed abbiamo un Iban. Ciò ci consente anche una velocità di tipo amministrativo. Possiamo per statuto accogliere donazioni e partecipare al 5xmille. Ci siamo detti anche che avremmo fatto l’attività privata per donazione, ovvero, uno di noi può essere richiesto da un paziente XY, magari anche facoltoso, al quale non chiederemo nulla, ma chiederemo, sul modulo, la donazione al centro. Il centro è nato con 7 soci fondatori, tra cui io che sono il Presidente, il Vicepresidente è un membro del Banco Farmaceutico, abbiamo il tesoriere, membro dei medici cattolici. Nello statuto abbiamo specificato che il parroco è l’assistente ecclesiastico e che le iniziative sono ispirate alla Dottrina Sociale della Chiesa. Ci sono una serie di attività sociali da implementare, un bar sociale, l’housing, per chi deve assistere un paziente del Policlinico, poiché siamo di fronte a questo, ed un servizio di accompagnamento. Ora siamo 11 medici e 10 non medici di supporto all’azione del Centro. Altri stanno per considerare la loro iscrizione. La meraviglia che ci sta accompagnando, un segno ed un invito inattesi ci rendono anche, se volete, intimiditi per ciò che ci sta accadendo per cui un certo realismo e tanta preghiera, anche vostra, ci servono tanto. Abbiamo, comunque, imparato che l’unica cosa da fare è quella di giocarsi, dare fiducia all’opera di Dio ed alla nostra amicizia.


Michele Lorenzon (Udine)

Sono medico radiologo e lavoro presso l’ospedale universitario di Udine. Racconto una cosa molto molto semplice. Negli ultimi due anni la facoltà di medicina è stata tra virgolette invitata, diciamo da qualche decreto ministeriale, a proporre nel suo programma di studi un corso sul rapporto medico- paziente, sulla comunicazione e il mio direttore mi ha coinvolto in questa cosa, ritenendomi, diciamo un esperto di comunicazione. Non si sa esattamente a quale titolo, però comunque lei mi presenta così, in realtà io non ho fatto neanche un’ora di diciamo di comunicazione nella mia vita.  In questi due anni ho proposto dei contenuti agli studenti del quinto e sesto anno di Medicina, partendo da ciò che ho imparato nella nostra esperienza, comunicando quello che siamo. Se vogliamo comunicare qualcosa dobbiamo fare anche un lavoro su di noi. Questa è una cosa che è destinata ad andare avanti e non so se ci siano esperienze analoghe anche in altre realtà, affinché possiamo anche confrontarci e aiutarci in questo tipo di lavoro. L’ho raccontato facendo riferimento alla questione dell’essere rappresentanti dell’uomo, perché questo è un momento evidentemente non clinico, ma un momento formativo. Di fatto comunque partecipano studenti del quinto e sesto anno di medicina; quindi, sono persone che comunque a breve inizieranno la loro attività clinica, quindi anche questa, secondo me, può essere un’occasione un po’ specifica, particolare però in cui possiamo dare un contributo per appunto per capire noi e per aiutare gli altri a capire come essere rappresentati.


Antonella Esposito (Napoli)

Sono Antonella Esposito e lavoro a Napoli come reumatologa. Partendo dall’intervento di Michele, voglio raccontare che sono 25 anni che noi facciamo, io e mio marito il prof Antonio Del Puente, un corso ADE per gli studenti di medicina. È un corso a scelta dal titolo “Il contributo dell’esperienza cristiana alla professione medica”, dove si iscrivono 80 ragazzi all’anno. Lo racconto perché, secondo me, bisogna essere espliciti e per questo lo abbiamo chiamato il contributo dell’esperienza cristiana e non un’altra cosa. Sono 25 anni che faccio sempre la lezione sulla storia della medicina e quindi su come il cristianesimo è intervenuto nel cambiare proprio le sorti della medicina. Tra le altre cose spiego la parabola del buon samaritano. E sono due anni di seguito che, quando chiedo se conoscono questa parabola, nessuno alza la mano. E allora vuol dire che in questi 25 anni noi, cioè, diciamo noi medici, ma anche l’istituzione religiosa, ha perso, ha dimenticato la base da cui partiva. Quando mi sono trovata di fronte 80 ragazzi che sono iscritti a medicina e che non conoscono questa parabola significa che siamo diventati cinesi! Quest’anno la Regione Campania ha stipulato una collaborazione con la Cina e sono venuti a Napoli dei medici cinesi a imparare la medicina occidentale e a mio marito, che è il professore di Reumatologia all’Università Federico II di Napoli, sono stati assegnati due medici. Li ho invitati a casa per l’ospitalità, ho fatto una bella cena. Erano venuti al nostro ambulatorio e mi hanno raccontato che loro fanno solo medicina occidentale ed è faticosissimo, fanno 40, 50 visite al giorno. Sono rimasta senza parole e ho detto come io alla quindicesima visita sono morta, cioè io dopo la quindicesima non riesco proprio, mi devo sforzare per sentire cosa mi stiano dicendo quelli che mi parlano. Poi la dottoressa cinese mi fa vedere un video del suo ospedale. Era una sala d’attesa tipo aeroporto: “io scrivo al computer il nome, il cognome, l’anagrafica insomma,e mi esce tutto quello che si sa del paziente, lui mi dice in tre parole cosa gli fa male, lo metto nel computer ed escono diagnosi e terapia e lui va via”. Quindi ci ha messo tre minuti per visita. Se deve essere così allora il samaritano non c’entra niente, non serve Gesù Cristo, è come la linea ferroviaria, si prende il biglietto. Non fai il medico. Ma così non funziona!  si moltiplicano le richieste e noi siamo stanchissimi. Per cui ciò che ha detto Michele è valido, ma se tu proponi da dove parte la nostra medicina, sennò è inutile.


Anna Calabrese (Torino)

Sono Anna, ho iniziato a lavorare da quasi due anni in pronto soccorso e medicina d’urgenza a Torino.

Ieri sera abbiamo fatto cena con un po’ di amici di Napoli e sono venute fuori un po’ di cose che vi vorrei raccontare. L’occasione mi ha permesso di rileggere l’invito per l’Assemblea e riguardare cosa è accaduto quest’anno. Mi sono venute in mente due cose in particolare che in questo anno mi hanno fatto compagnia.

La prima è stato aderire alla proposta di organizzare un corso ecm sulla desistenza terapeutica, tema che ricorre molto tra noi e che ci interessava approfondire, anche dopo l’incontro che avevamo fatto l’anno precedente con don Giuseppe Zeppegno (professore di bioetica di Torino). Il corso è in fase di accreditamento presso l’Ordine dei Medici di Torino ed è previsto in autunno. L’adesione a questa proposta è stata un’occasione per guardarci intorno e “uscire” anche dal nostro gruppo più stretto, invitando relatori che ci avevano colpito a corsi/congressi. Alcuni di noi hanno proposto un Medico di Base di Torino e ho partecipato ad un aperitivo per conoscerlo meglio.  Mi ha colpito tantissimo come un medico a fine carriera che sta andando in pensione, sia così entusiasta del suo lavoro, così attento ed interessato alla realtà sanitaria. Ci ha raccontato tutta una serie di progetti che lui ha attuato nel suo distretto per migliorare i percorsi diagnostico-terapeutici su vari fronti (BPCO, rischio cardiovascolare, prevenzione fratture di femore): li ho trovati geniali^ L’altra cosa che ci terrei a raccontare è stata la giornata che abbiamo organizzato lo scorso 16 marzo quando abbiamo visitato la realtà del Cottolengo. Nel tempo ho maturato che all’interno di Medicina e Persona ci siano due anime, una la definirei come una compagnia alla professione, sostegno alle domande che sorgono in ambito lavorativo, e l’altra come una missione verso gli altri, proposta di incontri ed eventi culturali. Mentre ciò che ho raccontato prima rispetto al corso ecm mi sembra che rispecchi la seconda anima, questo evento al Cottolengo mi ha provocato a richiedermi le ragioni delle mie scelte professionali (perché ho scelto proprio quel luogo di lavoro? cosa mi aspetto dalle giornate? cosa mi muove nella relazione con il paziente?). Durante la visita guidata, la suora ci spiegava come San Giuseppe Cottolengo, guardava questi malati come se fossero Gesù con una carità, un’attenzione, una dedizione che erano fuori dal comune. Discutendone, una mia cara amica si domandava: “Ma io faccio così di fronte ai pazienti che incontro oppure mi faccio degli sconti, mi giustifico?”. Questa giornata è stata una correzione e un aiuto a fare meglio il mio lavoro.


Antonio Del Puente (Napoli)

Innanzitutto, voglio ringraziare il lavoro di Medicina e Persona perché in tutti in questi anni è stato un’occasione importantissima di provocazione per riflettere sul mio lavoro, sulla mia professione, approfondirne il significato. E quindi diciamo, è una realtà, è una compagnia. Sono dei legami che servono innanzitutto a me. E rapidamente riflettevo e vorrei lasciare solo tre coppie di temi, visto che Vinicio faceva cenno all’importanza di comunicare un linguaggio corretto. La prima coppia riguarda proprio una rinnovata consapevolezza del mio lavoro, ed è costituita da tempo e libertà. Questi sono degli elementi che ho riscoperto proprio nel lavorio di Medicina e Persona come degli elementi essenziali. Il tempo è un elemento essenziale perché definisce il luogo del lavoro per la salute nel rapporto tra operatore sanitario e paziente e quindi anche con l’azienda.  L’azienda è finalizzata non al lavoro per la salute, ma è finalizzata ad aiutare, garantire, ordinare certamente, il rapporto tra operatore sanitario e paziente. In questo rapporto si evidenzia l’importanza dell’evento tempo e su questo abbiamo lavorato molto, sollecitato dalla riflessione del nostro lavoro in Medicina e Persona. Faccio un esempio del mio ambito lavorativo che è quello della reumatologia: abbiamo lavorato per allargare la prescrivibilità dei farmaci che hanno necessità di piano terapeutico sia regionale che AIFA, a tutti gli specialisti territoriali del servizio sanitario nazionale. Questo ha consentito una distribuzione del lavoro a livello del territorio, ha consentito una maggiore accessibilità anche da parte dei pazienti. Sull’aspetto della libertà abbiamo chiesto, e non ci siamo ancora riusciti, e stiamo ancora lavorando, di poter liberare il medico dalla burocrazia quando il farmaco scende sotto una soglia di costo. Evitare la necessità di piano terapeutico anche per i farmaci innovativi che, spesso genericati con i biosimilari, scendono sotto la soglia di costo. Questo per liberare il medico dalle questioni burocratiche, quindi liberare tempo per fare quello che il medico deve fare, cioè curare il rapporto medico paziente, operatore sanitario paziente. E ancora, sempre nell’ambito reumatologico, nella società di Reumatologia ci stiamo impegnando perché, ad esempio, la nota 79 non venga modificata. La nota 79 fu frutto di un lavoro antico e ottimo sulla definizione di profili clinici del paziente, messi in relazione poi con la prescrivibilità e con la rimborsabilità totale di farmaci. Tale nota vuole essere sostituita da alcuni gruppi di colleghi da algoritmi per definire il profilo del paziente, la sua stabilità. Noi siamo ancora a favore della nota 79 invece che definisce i profili dei pazienti. E’ un lavorio importante che sottolinea l’importanza del lavoro di formazione, come veniva già ricordato prima. Lavoro di formazione che vive su altra coppia di termini: ragione e autoreferenzialità. Cioè, noi dobbiamo comunicare la dignità della nostra posizione, che è una posizione che riconosce che il nostro ambito culturale e professionale non è autosufficiente, non è autoreferenziale ma deve aprire, spalancare le porte all’orizzonte più ampio di ciò che si vive nella realtà e quindi ragione contro un atteggiamento di autosufficienza, e laicità, inteso in maniera corretta, cioè laicità come poter comunicare ciò che sostiene la nostra posizione di fronte alla parola galantomismo, perché spesso facciamo riferimento a valori condivisi senza esprimere legittimamente, anzi come richiesto, ciò che sostiene, origina questi valori. Quindi l’invito è una gratitudine al lavoro di Medicina e Persona e a sollecitare la responsabilità personale a ognuno nel suo piccolo ambito, io non posso influire sul servizio sanitario nazionale, però nel mio settore ognuno di noi, riflettendo sulla propria professionalità, può dare un contributo, un mattone nuovo. Questo genera tensione educativa, allarga le occasioni di comunicazione,genera anche tra l’altro, faccio una parafrasi di quello che ha detto Vinicio, “Ora et labora et collabora”, che è che un atteggiamento che dobbiamo coltivare perché possiamo affermare quello che ci porta a fare questo tipo di lavoro.


Marco Trivelli (Lombardia)

Sono Marco, non sono sanitario di professione, ma sono un direttore generale. Ringrazio innanzitutto anch’io per quest’anno, perché la vostra presenza per me è stato motivo di grande sostegno per lavorare ancora con decisione. Parto da due mancanze, due problemi e lo dico per una correzione. La prima riguarda più la Lombardia che non tanto gli altri contesti regionali. Ieri nella libreria, tra le occasioni ho trovato la storia della Fondazione Maddalena Grassi e all’inizio il principale iniziatore della Maddalena Grassi racconta che don Giussani si è ritrovato nell’87 al Pime con circa 1000 persone, altri più precisi dicono 600, operatori della sanità del movimento. Don Giussani di fronte a quella platea, così numerosa, si soffermò e poi chiese: “Ma dove siete?” Questa domanda in qualche modo si pone anche oggi perché in Lombardia saremo sicuramente più di mille persone del Movimento che lavorano in sanità, ma noi di MeP siamo una ventina. Ora non c’entra MeP direttamente con il Movimento, però non c’entra per modo di dire, ma è importante che due persone si riconoscono in comunione.  Esistono, sono riprese le scuole di comunità in diversi presidi: in Brianza, a Bergamo, a Brescia; ma Medicina e Persona è una cosa ormai desueta: anzi in Lombardia, ci sono alcune persone anche avverse verso questo nome, questa sigla. Quindi chiedo rispetto a questa disaffezione che cosa può essere fatto e cosa impedisca, ostacoli una nostra presenza, una nostra collaborazione tra noi e con tutti rispetto alle sorti dei nostri luoghi di cura. Mi viene in mente, quello che ha accennato Vinicio, che c’è un certo condizionamento culturale. Pensiamo che sia un fatto nostro curarci e curare, è una questione di professione, non una questione che impegna veramente tutta la persona, tutta la vita, tutte le risorse fino alle motivazioni della nostra vita, fino all’amicizia.

La seconda cosa invece è forse ancora più personale, più legata al mestiere che faccio. Faccio un lavoro infatti che mi orienta naturalmente a interessarmi al sistema nel quale lavoriamo. Ma in questo momento credo che il tema della nostra incisività culturale e di giudizio si ponga fortemente. Oggi, la sanità sta vivendo grandi cambiamenti, che possono creare disagio, e ha assunto una traiettoria negativa. Secondo me la gente in Italia la gente si sta curando peggio di 15 anni fa, la gente è più persa oggi rispetto a qualche anno fa. Non solamente gli studi del Banco Farmaceutico ci parlano di povertà crescente, ma è sociologicamente ed economicamente rilevabile dai nostri flussi sanitari. Questa situazione ci chiede di incidere, non possiamo essere conniventi con una impostazione culturale e di conduzione operativa delle nostre strutture che fa peggiorare la situazione. Ognuno di noi, nel suo campo, nel rispetto della sua porzione di competenza, può dire cosa può essere modificato, cambiato nel posto in cui lavoriamo. Abbiamo fatto dei passi importanti negli ultimi anni, penso al quartino di fine 2023, la vacanza, l’incontro con il Cardinale Scola, le giornate moscatiane. Ma quale utilizzo facciamo di quanto prodotto? Che incisività hanno? Come favorire una maggior responsabilità personale nel proprio contesto e come favorire l’efficacia della nostra associazione?


Raffaele Latocca (Milano)

Da tre anni sono in pensione e Medicina e Persona mi aiuta nel lavoro che faccio.  Per esempio, ho litigato con i Centri ormai che governano quasi tutta la medicina del lavoro delle varie aziende perché fanno la gara al ribasso, come dire, le tasse sono molto basse, la tariffa si regola su dieci minuti di visita. E io non concordo e quindi lavoro al ribasso, nel senso che io ho deciso di fare comunque non meno di 20 minuti di visita. Qual è il rischio d’oggi? Almeno per me che sono uscito dall’ospedale, il problema è che le prestazioni ormai regolano l’attività e costringono a togliere tempo a un’attività che ha un valore grande: la relazioni di cura. Il problema poi che non viene nessun giovane a lavorare, si ritira di fronte a un’attività svalutata. Devo dire che con un mio collega facciamo un bel lavoro e la gente è contenta. La gente è contenta quando è presa in carico, è curata, è indirizzata. Durante una di queste visite, mi arriva un paziente con un eco cardio con 28% di FE, prescritto dal medico di medicina generale, e continua a lavorare facendo il cuoco, lavorando in un clima incasinato e facendo una movimentazione di carichi. Allora l’ho preso e sono riuscito a combinare un incontro con un cardiologo, aveva una severa stenosi valvolare. Questo per dire che io devo ringraziare Medicina e Persona che mi ha mi ha educato a questo, al criterio che il tempo è dedicato ad una persona che hai di fronte, è un tempo che ti permette di fare una diagnosi differenziale, quindi è un tempo dove tu devi capire quella persona come sta, non puoi spiegartela in 10 minuti.


Emiliana Marrone (Napoli)

Sono Emiliana, internista da Napoli. La cosa che mi colpiva del tema dell’assemblea di oggi in realtà era la domanda: Come ci riconosciamo insieme? in cosa ci aiuta a medicina di persona. Mi colpisce perché inevitabilmente mi ha fatto pensare effettivamente alla mia esperienza in Medicina e Persona. A Napoli, per esempio, noi non siamo 1000 o 500 come in Lombardia, siamo pochi e ognuno di noi lavora in ospedali differenti, però, gli amici di MeP sono un aiuto concreto nel mio lavoro quotidiano e questo perché nel riconoscersi insieme c’è un metodo. Ci incontriamo una volta al mese come esecutivo di Medicina e Persona Campania per aiutarci e sostenerci nel nostro lavoro, porre le questioni fondamentali che ci interessano e cercare insieme anche di trovare delle modalità di formazione, di convegni, di missione, come diceva Anna, per coinvolgere i colleghi dei nostri ospedali. Per riconoscerci ci mettiamoci insieme, e questa è la prima cosa che dobbiamo fare nei luoghi dove siamo, non possiamo far finta di non guardarci e non incontrarci. Quindi è molto bello che a Torino è nato un gruppo di Medicina e Persona con tanti giovani che si incontrano, che in Puglia è stato creato questo poliambulatorio dall’amicizia di alcuni. È chiaro che, come diceva Marco prima, la radice che ci accumuna è la storia che abbiamo incontrato, e infatti oggi siamo qui al meeting, ma è vero anche che per me Medicina e Persona è uno strumento professionalizzante, che ci permette di dire chi siamo, di portare il nostro giudizio nel luogo dove siamo. Per esempio, quest’anno è accaduto questa cosa nel mio ospedale, che il Cardarelli di Napoli, l’ospedale più grande del Sud. Siamo riusciti a proporre un corso ECM dal titiolo “Le professioni sanitarie, luogo di ripresa dell’umano”, in cui abbiamo parlato di Cicely Sanders, di Nagai, di Piccinni, e sulla locandina dell’evento c’era il logo di Medicina di Persona, perché siamo riusciti a ottenere che la nostra associazione fosse riconosciuta tra gli organizzatori del convegno. Al convegno hanno partecipato, oltre agli operatori sanitari del mio Ospedale,  anche  gli amici di MeP della Campania. È stata l’occasione per far vedere ai miei colleghi, alla mia caposala che è venuta e gli infermieri, che ciò che sostiene il mio lavoro con loro è una compagnia grande, reale, fatta di volti che mi porta a guardare testimone, appunto, come Cicely Sanders, Naga, che mia aiuta ad affermare un giudizio, il valore del mio lavoro, a come guardo ai miei malati e a tutti gli operatori sanitari.  Al convegno ha partecipato anche una mia caposala, che appena vide la locandina mi disse che ero un po’ romantica. A fine corso mi ha ringraziato. E vi garantisco che da allora mi guarda in modo diverso. Se c’è un problema burocratico o un problema di gestione infermieristica o degli ODSS,  io vado da lei, la prendo, la porto dal malato, guardiamo al problema e lo risolviamo. Mi guarda in modo diverso, non pesante, ma ha capito che dietro a quella mia attenzione, al mio richiamo c’è un c’è un valore aggiunto che è la cura di quella persona lì, è la cura del nostro lavoro. Ritornando al tema dell’Assemblea, MeP è uno strumento professionale ma è anche una compagnia. Io sono amica di Vinicio, Antonio, Aurora etc e anche se non lavorano con me, mi accompagnano e io son certa che se ho un problema loro ci sono per un sostegno, un giudizio. Il rapporto con loro mi sostiene, dove il rapporto con mio marito non può arrivare. Mio marito mi è vicino, mi sostiene, ma non posso avere da lui lo stesso giudizio che mi può dare Antonio, che è medico come me, su questioni tecniche, bioetica, etc.  Quindi il nostro stare insieme, e il nostro riconoscersi è fondamentale perché la nostra professione va sostenuta, e va sostenuta da chi la fa. Piccola parentesi, sulla parabola del buon samaritano, la conosco, però non sapevo che fosse stato solo San Luca a scriverla tra i vari Evangelisti. Altri episodi del Vangelo sono raccontati da tutti gli Evangelisti, questo del buon samaritano solo da San Luca, che era medico aveva chiaro il prendersi cura faceva parte della sua e della nostra vocazione.


Maurizio Galassi (Macerata)

Buongiorno, io sono Maurizio Galassi di Macerata e ho lavorato per 43 anni come tecnico di radiologia all’ospedale. Piccola storia: a vent’anni, quando facevano il corso per diventare tecnico, ho conosciuto gli amici di Società e salute, in particolare Pieralberto Bertazzi, un vero maestro per me. Dopo ho conosciuto Medicina e Persona. E ancora, dopo sei anni di pensione sono qui sul pezzo perché forse sono più entusiasta ora di quando ero ragazzo e desidero sempre coinvolgere i miei amici delle Marche per far conoscere la nostra esperienza. Prima l’amico di Bari parlava del banco farmaceutico, infatti sono uno dei promotori del banco farmaceutico nella provincia di Macerata dal 2003. Racconto un piccolo fatto. Con due amici di Macerata andiamo al Giubileo del banco farmaceutico e ho la possibilità di riconoscere ulteriormente che tra il banco farmaceutico e medicina persona ci sia una grande amicizia operativa. Ho l’occasione di incontrare Giorgio Bordin, e gli presento il giovane infermiere conosciuto due anni fa che era con me al Giubileo. A un certo punto Giorgio gli chiede, ma tu dove lavori? Ha risposto che lavora in una casa di riposo. Giorgio gli propone il trasferimento al nord perché c’è carenza di infermieri. Detto fatto, l’ho accompagnato a Monza e il 12 di maggio ha fatto il concorso. Il 1 agosto ha iniziato a lavorare al San Gerardo. Quindi questo è un piccolo esempio di come un’amicizia aiuta a crescere. Seconda fatto , nelle Marche Medicina e Persona in passato ha avuto una adesione importante, adesso la partecipazione è molto ridotta. Ho attivato una chat in cui ho messo insieme più di 60 professionisti. In tal modo le persone del movimento delle Marche possono incominciare a conoscersi e anche collaborare insieme.


Lorenzo Savignano (Avellino)

Sono Lorenzo Savignano da Avellino.  Ascoltando Emiliana appunto che ha citato la parabola del buon samaritano è una cosa che ha sempre colpito anche me, perché non ci ho mai fatto caso, ma il buon samaritano non parla, cioè non pone una domanda. Mi ha fatto capire come talvolta una professione di aiuto come magari può essere la nostra potrebbe avere anche un campo di azione non come semplice risposta alla domanda che sarebbe già tanto, ma talvolta anche ascoltare ciò che l’altro non dice. Non so, questo lo dico perché mi rendo conto che molte volte noi ci troviamo di fronte dei pazienti muti, dei pazienti che magari non hanno una domanda, o in qualche maniera non hanno avuto la cognizione di formalizzarla. Penso magari ai tanti anziani un po’ lasciati su delle barelle soprattutto, una domanda non la pongono nemmeno. Mi rendo conto che insomma, leggendo la parabola, mi abbia detto, Lorenzo, forse devi in qualche maniera vivere il tuo lavoro con questo acume. Talvolta non si tratta solo di rispondere a quello che magari uno dice, ma in qualche maniera ascoltare ciò che l’altro non dice. Prima poi si parlava del fattore umano. A me colpisce che a fronte di un finanziamento per il nostro SSN del 6,5 % di PIL, rispetto la Francia dell’8%, i punteggi che tutto sommato fa il sistema sanitario nazionale italiano sono più performanti di quello francese, quindi con meno finanziamento, però rende di più. Ora io non sono affatto tecnico, però mi sembra proprio evidente che questa differenza la faccio in qualche maniera il fattore umano che magari da noi va ancora su un’onda lunga e magari altrove si è già perduto. Non so, allora io insisto molto su questo perché penso che dobbiamo magari avere l’umiltà di pensare che questa eredità ce la possiamo in qualche maniera portare un po’ automaticamente di generazioni in generazione, ma credo che in qualche maniera dobbiamo anche molto umilmente avere, come dire, la percezione proprio che dobbiamo riconquistarcela momento per momento, altrimenti come dire, questa onda lunga anche da noi si perde. Ricordo la vecchia frase che diceva che “i progressi scientifici si possono trasmettere di generazioni in generazione, ma le conquiste morali ogni generazione li deve riconquistare”. Non diamo per scontato magari un patrimonio che in questo momento ci regge ancora, mentre altrove magari non regge più. Io personalmente penso che il sistema sanitario si regga poi buona parte, perché c’è chi fa un certo tipo di lavoro. Vi racconto un aneddoto. Ho chiamato uns mia amica che stava poco bene, una anche in gamba che stimo, mi raccontavi della malattia, Io pensavo delle cose in risposta, ma lei a un certo punto, per tranquillizzarmi, mi ha detto, ma comunque Lorenzo non ti preoccupare ho già interrogato l’intelligenza artificiale, mi ha già in qualche maniera detto tutto no. Io mi rendo conto che molte volte che il valore aggiunto che posso portare io è la percezione che io ho bisogno di lui, della sua storia che verifica anche la mia storia, riconoscere che abbiamo questo ping pong, che io ho bisogno dell’altro per costruire anche la mia casa. Ecco, se smarrisco questo, mi rendo conto che da una parte mi perdo il meglio del lavoro. E viene meno anche proprio la radice del valore aggiunto che il fattore umano che fortunatamente in Italia tiene ancora, ma non diamolo per scontato.


Rossella Impellezzieri (Brianza)

Lavoro pressi un servizio psichiatrico territoriale della Brianza. Volevo un po’ riprendere quello che diceva “Ma da dove può nascere qualcosa? Qualcosa nel posto dove si lavora”. Volevo un po’ raccontare la mia esperienza. Da qualche anno, proprio per dare risposta all’incremento di accesso di giovani nel nostro servizio è cominciato tutto un lavoro, condiviso con altri colleghi e di altri servizi territoriali al punto che poi a poco a poco è nato proprio un servizio dedicato a questo. E ovviamente in tutto questo mi è stato molto d’aiuto MeP e l’area dei psicosociali con Giorgio Cerati e tutto il lavoro che abbiamo fatto sui giovani. Anche tutto questo è nato anche dal fatto di avere uno sguardo diverso nei confronti dei giovani in Italia, proprio perché nel nostro ambito a livello del Centro psico sociale inizialmente la risposta era quella di dare un servizio solo a pazienti psicotici per cui non avevano spazio per i giovani, e adesso invece in questo nuovo spazio si cercherà di dare una soluzione un po’ diversa, potranno accedere spontaneamente. Un’ esigenza che è nata appunto dall’esperienza clinica, ha determinato la nascita di una cosa concreta.


Giorgio Bordin (Presidente M&P)

Medicina e Persona è un’associazione culturale, ma la sua semplice dimensione associativa non definisce correttamente ciò che vuol essere e che per molti di noi è stato in questi anni. Innanzitutto per essere tale deve essere un Luogo di incontro, ma perché possa avvenire un incontro ci vuole una presenza e dunque la nostra associazione è chiamata ad essere luogo di presenza, nel quale il giudizio che nasce dalla nostra origine, che è un’origine di fede, possa gettare una luce nuova, sulle vicende che ci coinvolgono nel nostro tempo. Ed è un luogo amicizia, sia perché da soli non si regge, sia perché il giudizio avviene come esito di una comunione, non di un accordo, o di una votazione. L’amicizia è il luogo di origine del giudizio, alla cui formulazione contribuiscono le nostre capacità, le nostre esperienze professionali, le genialità e le peculiarità di ognuno, ma non è la sommatoria di questi contributi, è qualcosa di più, che senza una unità vissuta non potrebbe avvenire. Altrimenti ogni contributo individuale diventa un individualismo sterile e divisivo. Non è estraneo anche il fatto che il nostro compito di cura è nell’amicizia agli uomini che ci sono affidati. Il nostro motto degli avvisi per le vacanze, che hanno scandito il nostro ritrovarsi alla pari con gli incontri pubblici, è sempre stato “non si può essere amici degli uomini se non si vive di amicizia”. Abbiamo lanciato un momento di convivenza a Roma dal 5 all’8 Dicembre. In questo spazio di tempo faremo un pellegrinaggio per il giubileo della speranza, virtù essenziale per la cura. Ma non ho timore di ridurne la portata nel richiamare che questi giorni sono principalmente le nostre vacanze. Invitiamo tutti ad una convivenza, che tiene dentro tutto, anche il Pellegrinaggio, che ci richiama il motivo stesso per cui essere amici. La seconda questione è che proprio in questa dimensione di associazione culturale, desideriamo che questo Giudizio entri nel merito della nostra professione, anche entrando dentro questioni professionali tecniche, organizzative, e non solo antropologiche. Desideriamo che questo sforzo non sia indifferente e possa contribuire innanzitutto al cambiamento nostro, se è vero che le forze che cambiano il mondo sono quelle che cambiano il cuore dell’uomo, ma se Dio vuole che arrivi anche a incidere nella realtà che ci circonda. Questo con un nota bene. Benedetto XVI diceva che c’è bisogno urgente di uomini che non hanno paura di entrare nel merito dei contenuti antropologici che sono in gioco ora sui quali si sta consumando uno scontro epocale: i cristiani non possono stare fuori da questa sfida. Gesù annunciò il contenuto del suo rapporto col padre giudicando il mondo e il mondo spesso non fu d’accordo. Quindi occorre certamente che cresca in noi un’intelligenza nella modalità dell’annuncio, ma questa intelligenza non deve mai arrivare a ridurlo nella sua interezza per il timore di non essere capito. Questa è la fatica del lavoro che ci siamo dati, nel paragone con i contributi che vengono dalla nostra storia e dai contributi che incontriamo sul cammino. Su tutto, che sia l’origine della cura, o le forme con cui oggi si struttura un sistema sanitario, che siano i mezzi di cui si dota la professione o il senso delle sfide antropologiche nei suoi punti più significativi. Ma appunto serve un lavoro serio e sistematico. Occorre mettere a tema i contributi che produciamo, altrimenti non hanno valore in sé. Bisogna incontrare su questi documenti i nostri colleghi, dobbiamo trovarci tra di noi a studiarli, capirne le implicazioni, che non sono le applicazioni immediate, meccaniche e riduttive, ma l’apertura generativa per svilupparle fino all’azione. Questi ultimi tre anni hanno mostrato che MeP è un posto vivo e ci sono molti di voi che si affacciano al lavoro con un desiderio sano. Il fatto di essere in pochi e di essere sparsi per l’Italia non facilita, ma non è un ostacolo: è la condizione da cui partire con la creatività di cui siamo capaci.