Discorso del Santo Padre Francesco ai Membri della Federazione degli Ordini delle professioni Infermierististiche (FNOPI)

Alle ore 11.45 di oggi, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri della Federazione degli Ordini delle Professioni infermieristiche (FNOPI).

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti all’Udienza:

Discorso del Santo Padre
“Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Sono lieto di incontrarvi e, prima di tutto, vorrei esprimervi la mia riconoscenza e la mia stima per il lavoro così prezioso che svolgete verso tante persone e per il bene di tutta la società. Grazie, grazie tante!
Rivolgo il mio cordiale saluto alla Presidente e a tutta la Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche, da voi rappresentata quest’oggi. Pur provenendo da una lunga tradizione associativa, tale Federazione può dirsi “neonata” e sta compiendo ora i suoi primi passi. La sua costituzione, confermata da alcuni giorni dal Parlamento italiano, mette meglio in luce il valore delle professioni infermieristiche e garantisce una maggiore valorizzazione della vostra professionalità. Con quasi 450 mila iscritti, formate il più grande ordine professionale italiano, e rappresentate un riferimento anche per altre categorie di professionisti. Il cammino comune che compite vi consente non solo di avere una sola voce e una maggiore forza contrattuale, ma anzitutto di condividere valori e intenti che sono alla base del vostro operato.
È davvero insostituibile il ruolo degli infermieri nell’assistenza al malato. Al pari di nessun altro, l’infermiere ha una relazione diretta e continua con i pazienti, se ne prende cura quotidianamente, ascolta le loro necessità ed entra in contatto con il loro stesso corpo, che accudisce. È peculiare l’approccio alla cura che realizzate con la vostra azione, facendovi carico integralmente dei bisogni delle persone, con quella tipica premura che i pazienti vi riconoscono, e che rappresenta una parte fondamentale nel processo di cura e di guarigione.
Il Codice deontologico infermieristico internazionale, al quale si ispira anche quello italiano, individua quattro compiti fondamentali della vostra professione: «promuovere la salute, prevenire la malattia, ristabilire la salute e alleviare la sofferenza» (Premessa). Si tratta di funzioni complesse e molteplici, le quali toccano ogni ambito della cura, e che adempite in collaborazione con gli altri professionisti del settore. Il carattere sia curativo che preventivo, riabilitativo e palliativo della vostra azione esige da voi un’elevata professionalità, che richiede specializzazione e aggiornamento, anche per la costante evoluzione delle tecnologie e delle cure.
Questa professionalità, però, non si manifesta solo in ambito tecnico, ma anche e forse ancor più nella sfera delle relazioni umane. Stando a contatto con i medici e con i familiari, oltre che con i malati, diventate negli ospedali, nei luoghi di cura e nelle case il crocevia di mille relazioni, che BOLLETTINO N. 0166- 03.03.2018 2

richiedono attenzione, competenza e conforto. Ed è proprio in questa sintesi di capacità tecniche e sensibilità umana che si manifesta in pieno il valore e la preziosità del vostro lavoro.
Prendendovi cura di donne e di uomini, di bambini e anziani, in ogni fase della loro vita, dalla nascita alla morte, siete impegnati in un continuo ascolto, teso a comprendere quali siano le esigenze di quel malato, nella fase che sta attraversando. Davanti alla singolarità di ogni situazione, infatti, non è mai abbastanza seguire un protocollo, ma si richiede un continuo – e faticoso! – sforzo di discernimento e di attenzione alla singola persona. Tutto questo fa della vostra professione una vera e propria missione, e di voi degli “esperti in umanità”, chiamati ad assolvere un compito insostituibile di umanizzazione in una società distratta, che troppo spesso lascia ai margini le persone più deboli, interessandosi solo di chi “vale”, o risponde a criteri di efficienza o di guadagno.
La sensibilità che acquisite stando ogni giorno a contatto con i pazienti faccia di voi dei promotori della vita e della dignità delle persone. Siate capaci di riconoscere i giusti limiti della tecnica, che non può mai diventare un assoluto e mettere in secondo piano la dignità umana. Siate anche attenti al desiderio, talora inespresso, di spiritualità e di assistenza religiosa, che rappresenta per molti pazienti un elemento essenziale di senso e di serenità della vita, ancora più urgente nella fragilità dovuta alla malattia.
Per la Chiesa, i malati sono persone nelle quali in modo speciale è presente Gesù, che si identifica in loro quando dice: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). In tutto il suo ministero, Gesù è stato vicino ai malati, li ha accostati con amorevolezza e tanti ne ha guariti. Incontrando il lebbroso che gli chiede di essere sanato, stende la mano e lo tocca (cfr Mt 8,2-3). Non ci deve sfuggire l’importanza di questo semplice gesto: la legge mosaica proibiva di toccare i lebbrosi e vietava loro di avvicinarsi ai luoghi abitati. Gesù però va al cuore della legge, che trova il suo compendio nell’amore del prossimo, e toccando il lebbroso riduce la distanza da lui, perché non sia più separato dalla comunità degli uomini e percepisca, attraverso un semplice gesto, la vicinanza di Dio stesso. Così, la guarigione che Gesù gli dona non è solo fisica, ma raggiunge il cuore, perché il lebbroso non solo è stato guarito ma si è sentito anche amato. Non dimenticatevi della “medicina delle carezze”: è tanto importante! Una carezza, un sorriso, è pieno di significato per il malato. È semplice il gesto, ma lo porta su, si sente accompagnato, sente vicina la guarigione, si sente persona, non un numero. Non dimenticatelo.
Stando con i malati ed esercitando la vostra professione, voi stessi toccate i malati e, più di ogni altro, vi prendete cura del loro corpo. Quando lo fate, ricordate come Gesù toccò il lebbroso: in maniera non distratta, indifferente o infastidita, ma attenta e amorevole, che lo fece sentire rispettato e accudito. Facendo così, il contatto che si stabilisce con i pazienti porta loro come un riverbero della vicinanza di Dio Padre, della sua tenerezza per ognuno dei suoi figli. Proprio la tenerezza: la tenerezza è la “chiave” per capire l’ammalato. Con la durezza non si capisce l’ammalato. La tenerezza è la chiave per capirlo, ed è anche una medicina preziosa per la sua guarigione. E la tenerezza passa dal cuore alle mani, passa attraverso un “toccare” le ferite pieno di rispetto e di amore.
Anni fa, un religioso mi confidò che la frase più toccante che gli era stata rivolta nella vita era quella di un malato, che egli aveva assistito nella fase terminale della sua malattia. “La ringrazio, padre – gli aveva detto – perché lei mi ha sempre parlato di Dio, pur senza nominarlo mai”: questo fa la tenerezza. Ecco la grandezza dell’amore che rivolgiamo agli altri, che porta nascosto in sé, anche se non ci pensiamo, l’amore stesso di Dio.
Non stancatevi mai di stare vicini alle persone con questo stile umano e fraterno, trovando sempre la motivazione e la spinta per svolgere il vostro compito. Siate anche attenti, però, a non spendervi fino quasi a consumarvi, come accade se si è coinvolti nel rapporto coi pazienti al punto da farsi assorbire, vivendo in prima persona tutto ciò che accade loro. Quello che svolgete è un lavoro usurante, oltre che esposto a rischi, e un eccessivo coinvolgimento, unito alla durezza delle mansioni e dei turni, potrebbero farvi perdere la freschezza e la serenità che vi sono necessarie. State attenti! Un altro elemento che rende gravoso e talora insostenibile lo svolgimento della vostra BOLLETTINO N. 0166- 03.03.2018 3

professione è la carenza di personale, che non può giovare a migliorare i servizi offerti, e che un’amministrazione saggia non può intendere in alcun modo come una fonte di risparmio.
Consapevole del compito così impegnativo che svolgete, colgo l’occasione per esortare i pazienti stessi a non dare mai per scontato quanto ricevono da voi. Anche voi, malati, siate attenti all’umanità degli infermieri che vi assistono. Chiedete senza pretendere; non solo aspettatevi un sorriso, ma anche offritelo a chi si dedica a voi. A questo proposito, un’anziana signora mi ha raccontato che, quando si reca in ospedale per le cure di cui ha bisogno, è così grata ai dottori e agli infermieri per il lavoro che svolgono, che cerca di mettersi elegante e di farsi bella per dare a sua volta qualcosa a loro. Nessuno quindi dia per scontato quanto gli infermieri fanno per lui o per lei, ma nutra sempre per voi il senso di rispetto e gratitudine che vi è dovuto. E con il vostro permesso, io vorrei rendere omaggio a un’infermiera che mi ha salvato la vita. Era un’infermiera suora: una suora italiana, domenicana, che è stata inviata in Grecia come professoressa, molto colta… Ma sempre come infermiera poi è arrivata in Argentina. E quando io, a vent’anni, ero in punto di morte, è stata lei a dire ai dottori, anche discutendo con loro: “No, questo non va, bisogna dare di più”. E grazie a quelle cose, io sono sopravvissuto. La ringrazio tanto! La ringrazio. E vorrei nominarla qui, davanti a voi: suor Cornelia Caraglio. Una brava donna, anche coraggiosa, al punto da discutere con i medici. Umile, ma sicura di quello che faceva. E tante vite, tante vite si salvano grazie a voi! Perché state tutto il giorno lì, e vedete cosa accade al malato. Grazie di tutto questo!
Salutandovi, esprimo il mio auspicio che il Congresso, che terrete nei prossimi giorni, sia una fruttuosa occasione di riflessione, confronto e condivisione. Invoco su tutti voi la benedizione di Dio; e anche voi, per favore, pregate per me.
E adesso – in silenzio, perché voi siete di diverse confessioni religiose – in silenzio preghiamo Dio, Padre di tutti noi, perché ci benedica.
Il Signore benedica tutti voi, e i malati che voi accudite.
Grazie!”

Per Charlie Gard

La vicenda di Charlie Gard è da molti giorni proposta alla nostra attenzione. I media ci hanno offerto e ci offrono quotidianamente narrazioni, commenti, spiegazioni scientifiche (tutte senza indicazioni bibliografiche) ma soprattutto ci chiedono di schierarci, di prendere una posizione, di dire da che parte stiamo.

La vicenda è ampiamente nota, ma per chi ancora non fosse adeguatamente informato alleghiamo alcune lettere o articoli fra i più significativi. Poiché è stata chiamata in causa anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo alleghiamo la sentenza completa in merito.

Una associazione di medici che ha come scopo la difesa del valore professionale del lavoro in sanità cosa può dire di più in merito?

Proponiamo alcune osservazioni:

  • Per esprimere un giudizio occorre conoscere la realtà, quella vera. E in questo caso, come in moltissimi altri che tanti di noi nel lavoro clinico seguono quotidianamente, la realtà non è cristallizzabile. Cioè non si può fare una “fotografia” che definisca una volta per tutte la situazione e analizzandola poi minuziosamente dire quello che è bene e quello che è male. Noi professionisti della sanità possiamo entrare in relazione con i nostri pazienti, i loro famigliari e camminare con loro accompagnandoli (se ce lo permettono) con tutta la nostra competenza tecnico-scientifica ed anche umana. Siamo lì per aver cura di loro e con loro e camminando con loro a volte commettiamo errori sia tecnico-scientifici che umani, a volte li trattiamo male e ci lasciamo trattar male perché la sofferenza e il dolore sono compagni esigenti e prepotenti.
  • Questo bisogno di esprimere giudizi ci è imposto, inculcato dal pervasivo mondo dei media. Essi ci inducono alla tentazione di esaurire l’esperienza di una cosa “interpretandola solo nel suo aspetto percettivamente immediato. Non è ragionevole ma tutti gli uomini sono portati […] ad essere vittime dell’apparente, di ciò che appare, perché sembra la forma più facile della ragione” e allora spesso “prendiamo il sentimento (le reazioni emotive istintive ndr) invece che il cuore come motore ultimo, come ragione ultima del nostro agire”.[1]
  • Nel merito avanziamo l’ipotesi che, riguardo alla situazione proposta dai media sul piccolo Charlie, la prima esigenza che essi ci inducono a provare, oltre a quella, legittima, di capire, sia quella di formulare giudizi astratti e definitori. Quando si tratta della morte e della sofferenza tutti proviamo un senso di angoscia e di impotenza che cerchiamo subito di eliminare dalla nostra vita. Per sconfiggere questi nemici cerchiamo una via di scampo o nella dimenticanza o più spesso in un tentativo di controllo, in un potere con cui sconfiggerli. Rivendichiamo un potere su noi stessi, vogliamo autodeterminarci, definire quello che è bene e che è male, chi è giusto e chi è ingiusto perché cosi ci sembra di avere sotto controllo la situazione, poter “chiudere” la vicenda e perciò non soffrire più. Al mondo intorno a noi non interessano i fatti ma piuttosto l’affermazione astratta di principi: gli stessi che con gran clamore sostennero il diritto del padre di Eluana per farla cessare di vivere, con altrettanto veemenza ora sostengono il diritto dei genitori di Charlie per farlo vivere ad ogni costo.
  • Cosa tiene insieme la pietà col rispetto di tutte le parti in causa, con le considerazioni realistiche delle aspettative e delle necessità di cura/palliazione, con i costi della sanità e con le derive eutanasiche sempre presenti? Ci sembra che la sommessa proposta di accoglienza offerta da Mariella Enoc del Bambin Gesù di Roma indichi una strada percorribile e, pur con possibili profili problematici dal punto di vista deontologico, l’esempio di un modo di aver cura dell’altro radicato nella storia ma ancor oggi praticabile.

A cura di Gemma Migliaro

Presidente Medicina e Persona

   [1] Alberto Savorana , Vita di Don Giussani, Rizzoli pag. 1021

PUBBLICHIAMO LETTERE E CONTRIBUTI CHE CI SONO PERVENUTI:

Lettera a cura di Giorgio Bordin.

“Charlie Gard: quando non c’è più nulla da fare,c’è ancora molto da fare”. A cura di A. Pessina

Lettera a Cura di Silvia Bettini.

Card. Sgreccia: ” I dieci punti critici sul caso del piccolo Charlie Gard

“Perchè tanta fretta di morte”. A.Morresi

Perchè negare ai genitori la terapia compassionevole? R.Colombo

“Testo della risoluzione con cui la Corte per i Diritti Umani di Strasburgo”

La domanda che ci pone lo scandalo Pasimafi – Gazzetta di Parma

La domanda che ci pone lo scandalo Pasimafi

di Michele Brambilla

14 Maggio 2017 – 13:33

Ancora una volta Parma è stata scossa da uno scandalo così grande da oltrepassare le nostre cronache locali e finire sui media nazionali. Il “caso Pasimafi” arriva dopo il crac della Parmalat, dopo quello della giunta comunale precedente all’attuale, infine dopo quello del Parma Calcio, che invano speravamo fosse l’ultimo della serie. Commentare un’ondata di arresti è fin troppo facile. Il rischio di dire banalità è grande. Le prime due cose facili, e banali, le abbiamo già dette. E cioè. Alla corruzione siamo da molti anni abituati, ma quando le mazzette girano sulla sanità, e cioè sulla pelle dei malati, lo sconcerto, per non dire lo schifo, è particolarmente insopportabile. Questa è la prima banale verità. La seconda è che non si può fare di ogni erba un fascio, e quindi non si deve cedere allo sconforto pensando che sia tutto così come appare dalle slides mostrate lunedì scorso in conferenza stampa da Procura e Carabinieri. No, non è tutto così, anzi, la parte più rilevante della realtà è diversa: tanto per capirci, la stragrande maggioranza di chi lavora all’ospedale e all’università di Parma lavora per offrire, nel miglior modo possibile, un servizio ai cittadini. Guai a pensare che sia tutto marcio. Guai perché il pessimismo è contagioso e porta alla paralisi, ma guai soprattutto perché sarebbe un insulto alla verità.
Dette queste ovvietà – anzi ripetute queste ovvietà, perché commenti simili li stiamo facendo da giorni – vien da chiedersi se lo scandalo Pasimafi (così come gli altri scandali) non offra anche lo spunto per qualche riflessione più profonda.
Quel che infatti colpisce, quel che soprattutto ci interroga, è come sia possibile che persone che dalla vita hanno apparentemente già avuto tantissimo – primariati, cattedre universitarie, redditi alti, notorietà – rischino di rovinarsi, direi addirittura di perdersi, per avere di più, di più, ancora di più, sempre di più. Davvero mai sazio è l’animo umano? Ma poi: di quale “animo” stiamo parlando? Di quello che insegue il successo, i soldi, il potere, il prestigio sociale? L’esperienza ci dice che quell’animo è destinato a dannarsi perché mai si accontenta, mai si placa, mai è soddisfatto. Alla fine, mai è felice.
Non illudiamoci però che tutto questo riguardi solo chi è finito agli arresti o sul registro degli indagati. Riguarda anche chi dalle disgrazie altrui spera ora di trarre beneficio, guadagnando potere; e riguarda, in definitiva, tutti noi. Perché la domanda suscitata dal comportamento di chi affida a uno yacht la propria aspettativa di felicità è una domanda che scuote ciascuno di noi. Non rimuoviamola, quella domanda, dicendoci che noi di reati non ne abbiamo commessi. Non si tratta solo di reati. Si tratta di chiederci in che cosa ciascuno di noi ripone, appunto, la propria speranza di felicità. Se in cose che passano (lasciandoci sempre un desiderio inappagato) o in cose che restano. Se nell’affermazione di sé o nella capacità di sapersi donare, di saper usare il potere come servizio. Al di là delle inchieste giudiziarie, la possibilità di scivolare dovrebbe farci domandare a chi e a che cosa, ultimamente, pensiamo di appartenere. La giustizia faccia il suo corso e se qualcuno ha sbagliato dovrà pagare. Ma chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it

PREVENZIONE DEGLI ERRORI MEDICI: DA DOVE RIPARTIRE ?

Nell’ editoriale scientifico di questa settimana affrontiamo un problema trasversale alle varie specialità: l’errore medico. Secondo l’articolo commentato da Carlo Bellieni e secondo numerose altre fonti, le morti in ospedale dovuti a errori medici negli Stati Uniti sono pari a 240.000-400.000 all’anno, l’equivalente della popolazione di una città di medie dimensioni. Perché questa variabilità nei calcoli? Perché questi numeri sono dedotti dalle SDO, e comprensibilmente non esiste una codifica per l’errore. Pertanto non esistono stime certe, in alcuni casi sono sicuramente esagerate, ma certamente il problema è di dimensioni non trascurabili. Il rischio clinico è la probabilità che un paziente sia vittima di un evento avverso, cioè subisca un qualsiasi “danno o disagio imputabile, anche in modo involontario, alle cure mediche prestate durante il periodo di degenza, che causa un prolungamento del periodo di degenza, un peggioramento delle condizioni di salute o la morte” (Kohn, IOM 1999). Negli ultimi anni le iniziative di prevenzione del rischio clinico all’interno e all’esterno degli ospedali si sono moltiplicate, assumendo le dimensioni di vere e proprie strutture operative. Bellieni sostiene che la metodologia della prevenzione non prende in considerazione tutti i fattori in gioco, e in particolare il fatto che il medico non è una macchina ma è un uomo, e non si può prescindere da quello che lui definisce “virtù”: un fattore non misurabile, ma cruciale.

 A cura di Marco Bregni

 

PREVENZIONE DEGLI ERRORI MEDICI: DA DOVE RIPARTIRE ?

Un recente studio di Martin Makar e Michael Daniel,apparso sul British Medical Journal (1), mostra un dato inquietante: negli USA (e forse non solo lì) gli errori medici son la terza causa di morte, con un tasso che si aggira sui 200.000 morti l’anno in quel Paese. Sembra un’esagerazione, ma i ricercatori riportano dati recenti e dati di altri studi (2) che sembrano convergere su questa cifra. Gli autori dello studio auspicano un triplice livello di intervento in questo settore: livello dell’emersione degli errori in modo da poterli conoscere ed evitare nel futuro; livello di presenza di pronte misure di intervento; livello di prevenzione, che “prenda in considerazione i limiti umani”.  Su questi dati bisogna riflettere per due ragioni

A         Gli errori esistono ma non sono “gli errori” la “malasanità”. Oggi invece, per sensazionalismo giornalistico si cerca di riportare ogni insuccesso medico nella chiave del malaffare, della colpevolezza, tanto che il primo passo di cui sopra (l’emersione degli errori) resta difficile, se non impossibile: chi parlerà cos serena compostezza di un errore, se poi il risultato è un’accusa infamante, un processo lunghissimo e costoso che pur nella fiducia nella giustizia porta le sue incognite? Gli errori sono impliciti nella vita, ma la malasanità è un’altra cosa, e lo vedremo in fondo a questo articolo.

B         Il livello di prevenzione non può essere solo burocratico. Purtroppo invece sembra che si voglia attivare una prevenzione con il moltiplicarsi di protocolli, circolari e linee-guida, unità operative anti-errore clinico, rischio clinico ecc. per risolvere le cose usando la “teoria del groviera” di James reason, cioè frapponendo plurimi controlli tra un’azione e la sua esecuzione in modo che se delle criticità vi sussistono, non trovino una via libera per arrivare sino in fondo). Ma quando si moltiplicano le leggi, è segno di qualcosa che non va, perché, come scriveva Tacito (Annales, Libro III, 27) “Corruptissima re publica, plurimae leges”, cioè quando servono molte norme significa che il principio non è chiaro. E qual è il principio? E’ quello della virtù, come ben illustra lo psicologo Barry Schwartz nel libro “Why we work” (3). Potremmo chiamare la “virtù” col termine di “responsabilità personale” o di “passione per il lavoro”, ma il senso è sempre lo stesso: se si ha passione, basta una parola, uno sguardo per spiegarsi e per raddrizzarsi; se non si ha passione, mille leggi non basteranno mai a farla venire e aggiustare le cose, prevenire gli errori, perché troppe leggi provocano un effetto NOCEBO, sia perché se sono troppe non le conosce nessuno tutte, sia perché il messaggio che la pletora di protocolli e circolari dà è un messaggio di incomunicabilità, di distanza e di sfiducia, e hanno una sola conseguenza: la MEDIOCRITA’.

Qual è il collante comune che non rende evidenti il punto A e il punto B? L’aziendalizzazione della sanità, l’aver fatto degli ospedali delle aziende con tutto quel che ne consegue: limitazione del personale alle sue mansioni e ai suoi orari sindacali, paziente che diventa “utenza” se non addirittura “cliente”, medico che diventa “operatore” o “prestatore di un servizio”. Cos’è questa se non la vera  MALASANITA’? Perché lo scontento della persona malata (chiamatela oggi pure utenza) non è per l’errore medico in sé, ma per essere stati trattati con indifferenza, freddezza, incomunicabilità. E la gente che reagisce con disaffezione per questi motivi, ha ragione, perché da freddezza e incomunicabilità nascono gli errori: se non si parla e non si ascolta ma si “annota e registra” non si capisce; se la cura dei DRG prende quasi più tempo che la cura del paziente non gli si fa un buon servizio e la gente lo capisce, e si arrabbia, si offende e recalcitra.

La prevenzione degli errori medici passa dalla passione che il medico ha, che un sistema aziendale e burocratico vuole strappargli dal cuore.

A cura di Carlo Bellieni

  1. Makary MA, Daniel M. Medical error-the third leading cause of death in the US, BMJ 2016;353:i2139 http://www.bmj.com/content/bmj/353/bmj.i2139.full.pdf
  2. Sox Jr HC, Woloshin S. How many deaths are due to medical error? Getting the number right. Eff Clin Pract. 2000 Nov-Dec;3(6):277-83
  3. Why we work (TED Books) by Barry Schwartz – Kindle Edition (2015) https://www.ted.com/read/ted-books/ted-books-library/why-we-work

Rassegna Stampa Aprile

Introduzione alla Rassegna stampa del 13/04/2017

Nell’attesa che riprendano i lavori della Camera sul testo della proposta di legge sul consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento, proponiamo ai nostri soci ed amici alcuni documenti come occasione di approfondimento allo scopo di favorire la riflessione e la formazione di un giudizio proprio

 Tutti questi scritti permettono di ampliare le conoscenze sul testo della legge e degli emendamenti per ora apportati ed anche di ascoltare le voci di chi, medico, paziente, giurista, politico, amministratore sanitario, ha a cuore la vita e la salute delle persone proprio nell’ imminenza della sua fine.

Ribadiamo con forza che non è in nessun modo definibile attraverso una legge il contenuto precipuo della professione medica che consiste nel rapporto di cura che lega il medico al suo paziente.

Sappiamo che questo “contenuto” non viene quasi mai insegnato nelle università e trova anche difficile ospitalità nel mondo sanitario burocratizzato, impoverito in umanità e confuso dal pressare di molte urgenze, da quella reale dell’uso corretto di risorse sempre più scarse a quella profonda della caduta del senso e della dignità della professione.

Ricordiamo a tutti che dal 2010 in Italia esiste una legge che ha posto a tema la terapia del dolore e le cure palliative e che fino ad ora molte amministrazioni regionali non hanno ancora posto in essere i decreti applicativi.

Osserviamo che tutto l’impianto della proposta di legge si basa su norme “difensive” quasi che fosse assodato che nel rapporto di cura il paziente debba e difendersi dal medico che vuole prevaricarlo ed il medico debba temere che il paziente (o chi per lui ) possano accusarlo di prevaricazione.

Tale posizione difensiva presuppone la convinzione che l’uomo sia sempre solo e debba perciò guardarsi da tutto e da tutti.

Proprio considerando che nella relazione di cura il medico ed il paziente non sono mai soli ma insieme, vorremmo proporre di riprovare a guardare le molte realtà dove ciò già avviene e anche a provare a farle emergere per recuperare la fiducia che è possibile costruire un rapporto e non un “duello” di cura.

Su questo una chiave di lettura importante la troviamo nelle parole del Card. Scola che, nel suo intervento al convegno di M&P “La cura al confine – Le relazioni di cura tra incontro e cultura dello scarto”, affermando che non c’è cura senza amore, ha definito la “cura come cartina tornasole del grado di civiltà di un popolo e di un paese”.

Medicina e Persona

 

ARTICOLI RASSEGNA STAMPA:

Decisioni di fine vita. Card. Martini

Bioetica: testa o cuore? Medicina e filosofia al bivio. Avvenire, 11 aprile 2017

Fine vita: Pessina (bioeticista), “non si può pensare di ridurre il medico a semplice operatore”

Fine vita, Parliamone. Lettera al Quotidiano Sanità di Cembrani.

Fine Vita Garavaglia: con la nuova legge <<contenziosi medici infiniti>>

Fine vita: Maltoni, con la legge si rischia di mettere rigidità dove per natura ce n’è davvero poca.

Medici-deputati sulle << Dat>>: la coscienza e la lege. Avvenire, 08 aprile 2017

Dat, appello all’Ordine dei Medici. Tempi, 05/04/2017

 

 

 

 

 

Rassegna Stampa Medicina e Persona Febbraio

Vi invitiamo alla lettura della nostra Rassegna Stampa.

A cura di Mimmo Iacca

 

 

DAT

Sul fine vita si cercano nuove soluzioni. Avvenire,23/02/2017

Dat, più tempo per riflettere, l’approdo in aula a marzo. Avvenire, 24/02/2017

Eutanasia e Dat: provita dalla parte dei malati. Tempi, 23/02/2017

Testamento biologico. Concluso esame in Commissione. Scontro aperto sulle DAT. E Paolo Sisto (FI) abbandona i lavori. Testo in Aula alla camera il 27 febbraio. Quotidiano Sanità, 17/02/2017

 

PROFESSIONE

Medici che lasciano gli ospedali pubblici. Alberto Scanni. Corriere della sera, 26/02/2016

 

RICERCA

Trapianti, si prepara l’era degli organi <<su richiesta>>. Corriere della Sera, 26/02/2017

 

SALUTE

Si diffondono in Europa le malattie ad alta cronicità. Il Giornale, 26/02/2017

 

SANITA’

Il governo stanga i lombardi. << No alla riduzione del ticket>>. Il Giornale, 25/02/2017

La regione abbassa i ticket. E il governo invece li rialza. Libero, 25/02/2017

Cronicità con medico “pivot”. Il Sole 24Ore Sanità,21/02/2017

 

BIOETICA

Una legge può tutelare la libertà di coscienza e i diritti delle donne. La Repubblica, 25702/2017

Se obietti sei fuori, un altro bando discrimina i biologi. Avvenire,25/02/2017

Scontro medici- Regione sui non obiettori. Corriere della Sera, 24/02/2017

“ Sono il ginecologo degli aborti ma che gioia se la madre si convince a tenere il bimbo”. La Repubblica, 24/02/2017

L’aborto e la schiavitù di coscienza. Il Foglio,24/02/2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A PROPOSITO DI DAT: NON ESISTE MEDICINA SENZA RELAZIONE UMANA, LIBERA E CONDIVISA FINO ALLA FINE

Sta per approdare in aula alla Camera dei Deputati il disegno di legge su “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate”, dopo che in Commissione Affari sociali si è consumata una rottura tra le posizioni dei parlamentari. Otto di questi hanno abbandonato i lavori constatando il non accoglimento pregiudiziale delle loro proposte, essendo la maggioranza interessata più a fare in fretta e a tagliare la discussione che non a elaborare un testo condiviso.

Vediamo alcuni nodi di tale proposta di legge. Nell’ articolo più dibattuto e controverso (art. 3) si parla non più di “dichiarazioni” ma di “disposizioni” di volontà anticipate, toccando tutti gli aspetti cruciali della questione: idratazione e nutrizione, obbligo del medico di mettere in pratica le volontà del paziente, modalità con cui le DAT devono essere registrate.

Viene operato un cambiamento di termini significativo (da dichiarazioni a disposizioni) assimilando il lessico a quello utilizzato per esprimere le volontà testamentarie, nelle quali la persona dispone di beni materiali che “possiede”, volontà che devono solo essere eseguite. Occorre osservare che tali disposizioni rendono decisiva una scelta assunta in un tempo/spazio altro rispetto a quello in cui sarà applicata, astraendola dalla reale situazione attuale della persona. Una scelta che viene cristallizzata indipendentemente dalla specifica malattia in atto, da ogni lettura clinica e soprattutto dalla relazione di cura.

L’aspetto più distruttivo riguarda infatti lo svuotamento di significato della relazione di cura paziente-medico, la cui centralità viene così totalmente demolita e il legame di alleanza terapeutica reso superfluo.

Appare evidente che tale normativa sia fuori dalla realtà clinica quotidiana e lontana dai bisogni delle persone e, nel suo complicato tentativo di descrivere una prassi legalistica, ignora gli elementi cognitivi ed emotivi che costituiscono la relazione di cura qui e ora, in una dinamica viva e reciproca, come la fiducia, la stima, la competenza, la responsabilità.

Infatti se si prova ad immaginare di applicare nella nostra quotidianità lavorativa quanto via via è scritto nella proposta di legge, appare evidente il lato assurdo (e anche ridicolo) insito nella pretesa di descrivere attraverso una prassi legalizzante quella che è e continua ad essere una relazione. La legge vuole formalizzare in un atto con valenza legale il contenuto di un percorso pieno di umanità che avviene nel tempo e nello spazio della relazione di cura.

Se in molti (troppi) casi ciò non accade è perché i professionisti non si assumono la responsabilità di una relazione personale, finendo così per favorire il tanto deprecato “accanimento terapeutico”. Occorre poi notare con forza che, trattandosi di una legge dello Stato, quando verrà approvata i medici saranno obbligati a rispettarla. Si comprende bene come introdurre il vincolo di obbligatorietà trasformerebbe il medico in mero esecutore di volontà precedentemente espresse. Il rapporto di cura che l’esperienza clinica insegna non è certo quello delineato in stile compromissorio “politically correct” dalle parole della relatrice della legge Donata Lenzi: “Abbiamo cercato il bilanciamento dei valori della salute e della libertà e tenuto presente che l’autodeterminazione non è senza limiti come anche l’autonomia del medico: solo incontrandosi si ha una relazione di cura che cerchiamo di mantenere anche nelle fasi finali dell’esistenza.”

È fondamentale pertanto che venga introdotta la possibilità per il medico di esprimere una obiezione di coscienza, anche se è difficoltoso descriverne la fattispecie. Deve inoltre restare aperta nell’esperienza di tutti i giorni, ovunque sia un malato, negli ospedali, nelle case di riposo, nelle abitazioni, la facoltà di considerare come atto medico o come terapia l’idratazione e la nutrizione e di rifiutare che questo aspetto debba essere sottoposto al vincolo di una norma che non può adattarsi alla estrema variabilità delle situazioni. Alla fine quale è la questione di fondo? Non anzitutto un conflitto tra liberal e conservatori, tra chi difende la morale e chi la soggettività. In gioco sono due opposte concezioni di persona, vista o come individuo o come io-in-relazione (con il tessuto di rapporti familiari, amicali, di sostegno, aiuto, cura, che ne sono i fattori costitutivi). Si impoverisce l’umanità, la concezione stessa di persona umana, se l’ideale dell’autonomia personale si riduce ad autodeterminazione – indipendenza dell’individuo. Basti pensare alle persone disabili o ai malati psichici e provare a riflettere, in concreto, su quanto la previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi rappresenti un concetto ambiguo e indefinito.

Fatto salvo il prezioso lavoro che alcuni deputati hanno svolto e continuano a svolgere, crediamo che occorra un lavoro di conoscenza e di riflessione di ognuno sulle grandi tematiche che la legge vorrebbe regolamentare. A questo lavoro vogliamo invitare tutti. Aiutiamoci a tenere ben presente che la sfida per noi, professionisti della sanità, è quella di testimoniare che l’alleanza terapeutica o, se si vuole, “l’autonomia relazionale” e “l’etica della cura”, sono più affascinanti e attraenti del suicidio assistito e della eutanasia, qualunque legge l’Italia abbia.

MEDICINA E PERSONA