Mostra Nagai – Udine, dal 5 al 20 novembre 2022-
Si segnala che il prossimo 4 novembre, presso il Centro Culturale delle Grazie a Udine in via Pracchiuso 21, alle ore 18.00 ci sarà l’incontro un incontro dal titolo:
” Cio’ che non muore mai. Nagai, l’atomica e noi”
Interverranno la dott.ssa Paola Marenco e Don Alessio Geretti
Si allegano le locandine dell’evento con le specifiche per visitare la mostra.
“Stimato e Caro dottore…” Lettera a un medico.
Pubblichiamo alcuni stralci della «Lettera a un medico» dell’arcivescovo, mons. Delpini.
Stimato e caro Dottore,
con questa lettera, desidero esprimere a Lei e a tutti i medici la mia vicinanza, il mio apprezzamento, il mio incoraggiamento.
Non ho ricette per risolvere i problemi della professione medica, non ho la presunzione di avanzare proposte concrete per riorganizzare il servizio sanitario. Sento però un dovere di gratitudine e di vicinanza verso tutti coloro che si prendono cura delle persone.
Con questo sento di dare voce a un atteggiamento tradizionale nella Chiesa: la condivisione della sollecitudine e della cura per chi soffre “nel corpo e nello spirito” ha sempre visto alleati uomini di Chiesa e uomini di scienza, anche se non li ha uniti la fede, ma lo spirito di servizio.
Ho scelto di scrivere questa lettera in occasione della festa di san Luca, patrono dei medici, secondo la devozione ecclesiale. Con questa scelta, desidero chiedere al patrono dei medici di intercedere per tutti quelli che esercitano questa professione al servizio di uomini e donne provati da ogni genere di malattie. Con tale servizio il medico rivela una somiglianza con Gesù che, in particolare nel Vangelo secondo Luca, si mostra misericordioso, sollecito, pronto a guarire chi soffre.
Medici “per vocazione”
Spesso raccolgo dai giovani che scelgono di studiare medicina una confidenza: «Desidero essere medico per curare i malati, lo sento come la mia vocazione». Nell’idealismo giovanile rimane l’intuizione che la scelta di una professione non è finalizzata solo alla garanzia di un posto di lavoro, alla promessa di un prestigio sociale, alle prospettive di una carriera redditizia. L’intenzione originaria è quella di una solidarietà con chi soffre che non è solo prossimità ma competenza che cura e guarisce, scienza che offre speranza.
Diventare medici per “vocazione” significa percepire che c’è qualcuno che chiama, che chiede aiuto, che invoca soccorso: si tratta del malato. Il credente riconosce in questa voce quella di Gesù che ha detto: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). È interessante notare che i benedetti nel Regno si sorprendono della gratitudine di Gesù: «Quando mai ti abbiamo visto malato?» (Mt 25,39).
Anche i medici che si professano non credenti si sentiranno benedetti da Dio per la cura che hanno per i malati. Del resto, è ammirevole la testimonianza di dedizione di molti medici, di qualsiasi credo, che si rendono disponibili anche oltre gli orari definiti per le emergenze, per i più poveri, perché non manchi una prossimità sollecita ai loro pazienti.
La motivazione a dare compimento a una “vocazione” sostiene la perseveranza in un percorso di studio tra i più impegnativi e prolungati nell’offerta universitaria italiana. Infatti, come Lei ricorda bene, non basta giungere a conclusione del percorso accademico della Facoltà di Medicina, ma si richiede poi una specializzazione e, spesso, una lunga attesa prima di conseguire una stabilità nell’esercizio della professione. Questo impegno e questo tempo in una sorta di “sala di attesa” diventa motivo di frustrazione e di scoraggiamento invece che aiuto a incrementare competenza ed esperienza.
La motivazione “vocazionale”, intesa in senso generale, continua a ispirare giovani italiani anche in un momento come questo, in cui la professione medica appare talora meno prestigiosa e meno garantita di quanto fosse in passato. […]
Il vantaggio di camminare insieme
Le sfide da affrontare sono inedite e complesse; di fronte a nuovi problemi non ci sono risposte già pronte: dobbiamo cercarle insieme. Le fatiche della professione si collocano in un contesto nuovo; l’esperienza e la buona volontà dei singoli non è una risorsa sufficiente. In particolare, invito i medici cattolici a meditare insieme, pregare insieme e cercare il confronto con le indicazioni del Magistero della Chiesa e con la tradizione spirituale cristiana. Il rapporto con i pazienti è talora difficile, frustrante; la virtù della pazienza è necessaria, ma non sufficiente: dobbiamo continuare ad attingere alla sorgente della compassione, della misericordia, della fortezza, cioè al dono dello Spirito Santo. Le comunità cristiane sono attente ai malati in molti modi con l’intenzione di evitare che i malati in casa soffrano di isolamento. Un buon rapporto con i medici di famiglia può consentire di condividere la prossimità, le cura per la situazione complessiva della persona, delle sue condizioni fisiche e del suo desiderio di Dio. […]
Una visione condivisa
Nella malattia il malato cerca anzitutto la guarigione, ma non di rado la situazione di fragilità, la necessità di interrompere un vivere frenetico e quasi trascinato dalle scadenze e dagli impegni quotidiani, inducono il malato ad affrontare le questioni fondamentali sul senso della vita e su quello che si può sperare. In queste situazioni, può essere che la confidenza stabilita con il medico diventi condizione per un confronto sulle convinzioni più profonde e personali, certo più probabile con il medico di famiglia, ma anche nei momenti più trepidi del ricovero in ospedale.
Nella nostra sensibilità questo confronto è spesso evitato, con reticenze e imbarazzi, ritenuto quasi una forma di invadenza indiscreta, censurato come estraneo alla scienza e alla professione. Io sono convinto, invece, che prendersi cura della persona significhi anche credere possibile un confronto che propizi la crescita di tutti, una testimonianza che offra umilmente e fiduciosamente un aiuto a sperare.
I medici cristiani devono trovare il linguaggio adeguato per non sottrarsi a interpretare la professione come contesto adatto per essere e dirsi cristiani e vivere con coerenza.
Medicina e Persona. Non si spezzi la natura solidale della missione di noi medici
Non si spezzi la natura solidale della missione di noi medici. Felice Achilli. Avvenire, 18/09/2019
RIUSCIRA’ IL DECRETO SBLOCCA ASSUNZIONI AD ARRESTARE L’EMORRAGIA DI FIDUCIA NEL SISTEMA SANITARIO?
Sono stati pubblicati i dati del conto annuale 2017 della Ragioneria Generale dello Stato (quotidiano sanità del 26/03/2019) la riduzione negli ultimi anni degli occupati nel SSN è stata costante, passando dalle 693.600 unità del 2009 alle 647.048 del 2017, con un decremento del 5.2% annuo. Per i professionisti un dato non solo numerico, ma che implica una responsabilità…. ( continua a leggere). A cura di R. Latocca
La domanda che ci pone lo scandalo Pasimafi – Gazzetta di Parma
La domanda che ci pone lo scandalo Pasimafi
di Michele Brambilla
14 Maggio 2017 – 13:33
Ancora una volta Parma è stata scossa da uno scandalo così grande da oltrepassare le nostre cronache locali e finire sui media nazionali. Il “caso Pasimafi” arriva dopo il crac della Parmalat, dopo quello della giunta comunale precedente all’attuale, infine dopo quello del Parma Calcio, che invano speravamo fosse l’ultimo della serie. Commentare un’ondata di arresti è fin troppo facile. Il rischio di dire banalità è grande. Le prime due cose facili, e banali, le abbiamo già dette. E cioè. Alla corruzione siamo da molti anni abituati, ma quando le mazzette girano sulla sanità, e cioè sulla pelle dei malati, lo sconcerto, per non dire lo schifo, è particolarmente insopportabile. Questa è la prima banale verità. La seconda è che non si può fare di ogni erba un fascio, e quindi non si deve cedere allo sconforto pensando che sia tutto così come appare dalle slides mostrate lunedì scorso in conferenza stampa da Procura e Carabinieri. No, non è tutto così, anzi, la parte più rilevante della realtà è diversa: tanto per capirci, la stragrande maggioranza di chi lavora all’ospedale e all’università di Parma lavora per offrire, nel miglior modo possibile, un servizio ai cittadini. Guai a pensare che sia tutto marcio. Guai perché il pessimismo è contagioso e porta alla paralisi, ma guai soprattutto perché sarebbe un insulto alla verità.
Dette queste ovvietà – anzi ripetute queste ovvietà, perché commenti simili li stiamo facendo da giorni – vien da chiedersi se lo scandalo Pasimafi (così come gli altri scandali) non offra anche lo spunto per qualche riflessione più profonda.
Quel che infatti colpisce, quel che soprattutto ci interroga, è come sia possibile che persone che dalla vita hanno apparentemente già avuto tantissimo – primariati, cattedre universitarie, redditi alti, notorietà – rischino di rovinarsi, direi addirittura di perdersi, per avere di più, di più, ancora di più, sempre di più. Davvero mai sazio è l’animo umano? Ma poi: di quale “animo” stiamo parlando? Di quello che insegue il successo, i soldi, il potere, il prestigio sociale? L’esperienza ci dice che quell’animo è destinato a dannarsi perché mai si accontenta, mai si placa, mai è soddisfatto. Alla fine, mai è felice.
Non illudiamoci però che tutto questo riguardi solo chi è finito agli arresti o sul registro degli indagati. Riguarda anche chi dalle disgrazie altrui spera ora di trarre beneficio, guadagnando potere; e riguarda, in definitiva, tutti noi. Perché la domanda suscitata dal comportamento di chi affida a uno yacht la propria aspettativa di felicità è una domanda che scuote ciascuno di noi. Non rimuoviamola, quella domanda, dicendoci che noi di reati non ne abbiamo commessi. Non si tratta solo di reati. Si tratta di chiederci in che cosa ciascuno di noi ripone, appunto, la propria speranza di felicità. Se in cose che passano (lasciandoci sempre un desiderio inappagato) o in cose che restano. Se nell’affermazione di sé o nella capacità di sapersi donare, di saper usare il potere come servizio. Al di là delle inchieste giudiziarie, la possibilità di scivolare dovrebbe farci domandare a chi e a che cosa, ultimamente, pensiamo di appartenere. La giustizia faccia il suo corso e se qualcuno ha sbagliato dovrà pagare. Ma chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.
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- Santa Pasqua 202428 Marzo 2024 - 11:46
- Accanto a chi è malato ci vuole una presenza che l’accompagni14 Dicembre 2023 - 9:46
Intervista a Paola Marenco: “Accanto a chi è malato ci vuole una presenza che l’accompagni”. La libertà, 13/12/2023

