RASSEGNA STAMPA
LA VERA OBIEZIONE È IL RISPETTO DEL DATO


Quando si imposta una vicenda in termini puramente ideologici non si può intravvedere la verità che i fatti - cioè la realtà – dischiudono. 
Così è a riguardo della obiezione di coscienza. Una intervista di Adriano Sofri alla ginecologa Scassellati (La Repubblica, Quando tutti i medici sono obiettori di coscienza, 24/05/2012) ha riproposto la questione del numero degli obiettori vs i non obiettori, attaccando l’obiezione di coscienza perché lesiva del diritto ad abortire.
Può essere vero che oggi l’incremento del numero degli obiettori sia frutto oltrechè di una meditata scelta di coscienza, anche di convenienza in termini personali. Se le cose procedono, d’altra parte, come nel caso di un caso di aborto spagnolo in cui l’équipe che ha sbagliato dovrà mantenere per 25 anni il bambino nato da un “mancato aborto”, questo numero non potrà che decollare. (Libero, Sbaglia l’aborto, dovrà mantenere il bambino, 26/05/2012)  Infatti quando uno impone un proprio diritto, l’altro non può che invocare a sua volta il proprio. E così rischia di procedere la questione. 
Invece: l’aborto è  una piaga sociale. Questa è l’evidenza: non è un diritto. La donna che abortisce capisce perfettamente questo e vive in sé – qualunque sia il motivo dell’aborto – il dramma dell’uccisione di suo figlio; perché uccidere il figlio che ha in sé non è un diritto, è andare contro la propria natura di donna e di madre. Affermare che l’aborto è un diritto è solo grossolanità di chi deve vendere la notizia o di professionisti che non si immedesimano con la donna; è andare contro la donna stessa. Nell’intervista di Sofri è la stessa ginecologa ad affermarlo, ma non ne è probabilmente consapevole: “[..] con l’aborto non ti fai clienti: succede che non abbiano più voglia di vederti, dopo”. Domandarsi il significato di questo atteggiamento della donna aiuterebbe a riandare all’origine del fatto aborto, al suo reale significato, cioè a porsi le domande giuste. E ancora “La gente per lo più sceglie questo mestiere per fare i soldi. Prova a dare un incentivo materiale a chi non obietta, e vedrai”.
Domandarsi “di che si tratta” è l’unico modo per ritornare ad essere uomini. Questa domanda non è scontata dunque né per la donna che abortisce, né per i ginecologi e il personale sanitario (obiettore e non) che interviene o vive ai confini della procedura aborto, come viene chiamata oggi negli ospedali.
Non una contrapposizione di diritti, bensì fare i conti con il dato “per natura”. E la successiva inevitabile scelta personale di fronte a questo, sia per la donna che per il medico o farmacista o ginecologo.
Una scelta consapevole della propria libertà, di cui si diviene responsabili. 
Alla Camera il 21 maggio è iniziata la discussione di quattro mozioni riguardanti “iniziative per la tutela del diritto all’obiezione di coscienza in campo medico e paramedico” .
Va tutelata la libertà di decidere se la propria professionalità, la propria vita, vuol servire la vita oppure la morte, in nome di un diritto inesistente. 

A cura di C. Isimbaldi  

                                                                                                                                      La Redazione

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