RASSEGNA STAMPA
QUALE SANITA’ IN LOMBARDIA E IN ITALIA. IL FUTURO SI COSTRUISCE DAL PRESENTE


La lettera di Giorgio Lambertenghi Deliliers pubblicata su La Repubblica (02/12/2012) dà una immagine distorta del modello sanitario lombardo e auspica il ritorno alle origini della prima riforma sanitaria (Legge 833/78) “una legge storica che sanciva il diritto per ogni cittadino ad avere tutte le cure di cui avesse bisogno” e “una norma che ha le sue basi nella solidarietà umana e nella scienza medica”.

Siamo medici e molti di noi vivono tutti i giorni negli ospedali e negli ambulatori territoriali della Lombardia. La nostra esperienza ci fa dire che il modello sanitario lombardo,  con errori ed anomalie sicuramente da correggere, ci ha permesso di lavorare con accuratezza, qualità ed anche libertà di azione ed efficacia nella nostra attività clinica; forse un po’ appesantiti dalla burocrazia e dalla cogenza dei budget, ma potendo fornire  prestazioni di qualità a costi contenuti e con sprechi ridotti.
Nel sistema misto pubblico-privato lombardo, la libertà di cura è stata garantita permettendo ai singoli pazienti  e non genericamente “alla collettività” l’accesso alle cure. Questa libertà di cura ha permesso a tanta gente, anche soprattutto alle fasce deboli, di usufruire di servizi e strutture ospedaliere private accreditate di prima scelta, senza lunghe attese e senza spendere soldi di tasca propria. 
Non corrisponde a verità il richiamo all’invadenza “affaristica” del privato in Lombardia. La presenza del privato nel sistema ospedaliero lombardo risulta da anni stabile. Calcolata per numero di posti letto è pari al 21,7% e si colloca al sesto posto, a pari merito  con Piemonte e Sicilia, e dopo Calabria, Campania, Lazio, Emilia Romagna e Abruzzo, mantenendosi allineata al livello medio nazionale (21,3%).
Che dire poi dei dati relativi all’attrattività del sistema sanitario lombardo, il cui saldo tra ingressi ed uscite è stato nel 2009 (ultimo dato disponibile) di oltre 72,000 unità, cifra superiore di circa il 40% rispetto alla seconda regione, Emilia-Romagna, e di quasi 4 volte rispetto alle terze (Lazio, Toscana e Veneto)?. In Lombardia, la percentuale di ricoveri di pazienti provenienti da fuori regione (ricoveri ordinari per acuti e riabilitazione) è ormai costante intorno al 10% sul totale dei ricoveri. 
Anche gli indicatori di costo dell’assistenza ospedaliera  evidenziano l’efficienza del sistema lombardo  che ha costi medi per posto letto, per ricovero, per giornata di degenza e per unità del personale inferiori alla media nazionale. Il tasso di ospedalizzazione in Lombardia è sceso dal valore di 176,7 x 1000 residenti nel 1997 al valore di 127 per 1000 residenti nel 2010, pari ad un decremento di quasi il 30%.
Un ultimo  dato importante, alla luce delle  norme di spending-review, è il dato relativo al numero di primari per Regione e la necessità di relativa riduzione. In Lombardia il taglio necessario è di -  10,5%  (da 2413 a 2159 primari), mentre in altre Regioni il taglio è ben più cospicuo (Campania -  41,8%, Lazio – 39,2%, Calabria – 34,6%, Piemonte – 31,9%, Toscana – 29,2%).
Alla luce  dell’esperienza e dei dati - non delle illazioni -  è dunque il sistema sanitario lombardo quello che si è tentato di dipingere, oppure  un sistema efficiente, efficace ed appropriato nelle cure, con servizi di qualità accessibili a tutti ? Gli errori commessi si potranno correggere nel futuro (ad es. il problema dei controlli).
A proposito del consolidamento  auspicato in  Italia di  un sistema ispirato ai principi   di universalismo e solidarismo con lo Stato Centralistico unico erogatore, gestore  e controllore del sistema  (Legge 833/78), se perseguiamo su questa strada saremo a breve termine destinati al fallimento. E’ un dato di realtà: non ci sono più risorse. Siamo arrivati a questo punto per la pretesa universalità di dare tutto a tutti gratis, che dimostra ora di non reggere più. Da un lato non regge la spesa economica di  questo sistema, dall’altro questa logica ne ha introdotta un’altra, pervasiva sia negli operatori che negli utenti-pazienti:  che essendo tutto comunque gratuito e pagato da altri,  ogni tipo di “prestazione offerta”  (per il medico) e ogni tipo di “prestazione richiesta” (per il paziente) sia comunque da assolvere in quanto corrispondente ad un diritto. Gli esiti:  inappropriatezza da parte del medico e pretesa indiscriminata da parte del paziente circa l’offerta-utilizzo di servizi (o di accertamenti); ne è nata una mentalità come quella odierna per cui tutto è dovuto a tutti, con il conseguente sperpero di risorse, invece che un uso appropriato delle stesse, così che ne usufruiscano effettivamente le fasce a rischio  o  bisognose (disabili, anziani, patologie croniche domiciliari).

Di fronte alla situazione drammatica del nostro paese e del mantenimento del Welfare State, compreso quello sanitario, è l’ora del realismo e della responsabilità: ogni  scorciatoia demagogica e populistica  ci  farà solo anticipare la fine dello spettacolo. A che pro ? Proprio a  discapito dei cittadini e dei pazienti che si rivolgono ai nostri ospedali ed ambulatori e che si vorrebbero tutelare.

Editoriale a cura di R. Latocca

                                                                                                                                  La Redazione

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