RASSEGNA STAMPA
C’ERA UNA VOLTA IL MIO DOTTORE


Questa settimana è uscito un libro scritto da Giorgio Cosmacini, noto storico della medicina, medico e filosofo, che affronta la progressiva mutazione del ruolo del  medico  ed in particolare  l’estinzione di una figura centrale all’interno del rapporto di cura: il dottore, anzi “il mio dottore”.
Come dice lo stesso Cosmacini c’è differenza tra il “medico” laureato in Medicina in ogni tempo ed in ogni luogo, ed “il dottore” come era chiamato nel passato prossimo il professionista accreditato di una disponibilità pari alla competenza ed al quale il paziente non esitava ad affidare se stesso: “il mio dottore è un uomo di scienza ed è anche un amico, al quale confido tutto, come al confessore”.
Augusto Murri, considerato uno dei più grandi clinici del suo tempo a cavallo fra l’Ottocento ed il Novecento, ricordava  la propria esperienza di medico condotto dicendo ai Medici Futuri  (Roma 1920):
Ai tempi miei il medico condotto era un pover’uomo che per poche decine di lire doveva saper fare tutto […]. Uscito dalla scuola e balestrato in una povera condotta di campagna su per gli Appennini, conobbi ben presto quanto pochi de’ miei maestri mi erano stati benefici […]. Là fra voi è un infelice, che non si fida che in voi e che vi affida tutto se stesso; c’è un solo giudice, ma incontestabile, la coscienza vostra.”
Lungi dal cavalcare tentazioni di tipo nostalgico-sentimentale o autoreferenziale attorno alla figura del medico, il libro pone una domanda.
E’ vero, la medicina e le modalità di approccio clinico (diagnostico-terapeutico) sono cambiate: la concentrazione delle cure per acuti in ospedale, la riduzione del ruolo del medico di medicina generale talvolta solo a “prescrittore”, il sapere medico ridotto a branche specialistiche e super-specialistiche, il lavoro in equipe con un ruolo sempre più importante  delle componenti infermieristiche e tecnico-sanitarie, l’attenzione sempre maggiore ai percorsi di cura in termini di efficienza ed efficacia, l’industrializzazione della medicina, ecc.
Anche i pazienti sono cambiati: la pervasività dei  mass-media e dell’informazione scientifica o pseudoscientifica facilmente raggiungibile  attraverso la rete, una tendenza all’utilizzo degli ospedali e dei servizi come “supermarket” della salute, l’aumento del contenzioso paziente vs medico, ecc.
Infine - e questo è più preoccupante - anche le radici fondanti la concezione dell’uomo e della convivenza umana  che un tempo erano salde, stanno cambiando ed investendo in modo rilevante il mondo sanitario: medicina compassionevole, eutanasia, dichiarazioni anticipate di trattamento, ecc.
Eppure tutta la Medicina,  allora come oggi, chiede e gira attorno a questo “mistero sacro” che è l’uomo:  l’uomo bisognoso che è curato, ma anche l’uomo bisognoso che lo prende in cura.  La professione è fatta di questo connubio inscindibile fra capacità tecnica e capacità di ascolto, di relazione che fanno del medico un vero “professionista”. Finchè c’è qualcuno capace di accettare questa sfida, e noi crediamo che non ce ne siano pochi, il medico e la sua professione non sono perduti.

A cura di R. Latocca

Articolo di riferimento:
La Repubblica Salute - C'era una volta il mio dottore. La diagnosi di una scomparsa - di G. Cosmacini

                                                                                                                                                          La Redazione

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