RASSEGNA STAMPA
SE L’AUTOREFERENZIALITÀ È IL CRITERIO, TUTTO È LEGITTIMABILE



Un articolo (Recognizing Conscience in Abortion Provision Lisa H. Harris, M.D., Ph.D. N Engl J Med 2012; 367:981-983), uscito su una delle più "impattate" riviste mediche americane propone la tesi che non solo chi obietta, ma anche chi esegue pratiche abortive lo fa per motivi di coscienza. Quello che è interessante non è tanto la tesi che chi offre "abortion care" (Orwell avrebbe apprezzato questo uso del bispensiero nella scelta dei termini) debba essere sostenuto perché la sua
opera “onora la dignità umana”, quanto gli argomenti a sostegno di questo.
Infatti l'Autrice afferma che l'idea di "coscienza" coinvolge un sottogruppo di credenze religiose od etiche, dopodiché utilizza l'affermazione fatta da medici abortisti di aver agito per "ragioni di coscienza" come legittimazione etica.
Cioè l'agire in modo eticamente corretto dipende dal fatto che un gruppo di persone definisca una particolare attività come accettabile. 
Da qui si sviluppa l'idea che accanto all'obiezione legata al NON fare ci debba essere una obiezione legata al FARE: l'esempio riportato nell’articolo è relativo alla legge dell'Arizona che proibisce l'aborto dopo la 22° settimana di gestazione che "include no allowances for providers conscience-bound to offer care after that limit". 
Gli esempi utilizzati possono però nascondere la vera questione che questa posizione bioetica pone: l’autoreferenzialità totale della persona.
Curiosamente i referee della rivista non si sono resi conto che la logica conseguenza dell'applicazione dei principi proposti nell'articolo è anche l'abolizione della tanto venerata EBM: se sono convinto in coscienza che il preparato galenico a base di succo d'ortica sia meglio della chemioterapia o che il farmaco ritirato dall’AIFA sia utile…
Non è però confutando dialetticamente la posizione espressa nell'articolo difendendo la propria visione etica che si risolve la questione, anche se ovviamente è opportuna una battaglia culturale per
superare il relativismo nichilista che questi tipi di eticismo  rappresentano.
 
Il punto nodale è il riconoscimento della dipendenza da un altro: solo da qui è possibile costruire il rapporto con le persone che assistiamo eliminando l'autoreferenzialità delle scelte, oltretutto questa posizione facilita la messa in gioco della razionalità terapeutica.


A cura di Cesare Cerri (Dipartimento Neuroscienze, Università Milano Bicocca
                                                                                                                                    

                                                                                                                                 La Redazione

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