RASSEGNA STAMPA
L’INTRAMOENIA DEVE ESSERE UNA RISORSA PER TUTTI OPPURE HA ANCORA SENSO CHIAMARCI PROFESSIONISTI?


Il Ministro della Salute Balduzzi sembra non avere dubbi:   la fase transitoria è finita, con la libera professione dei medici si fa sul serio. Non ci saranno più deroghe per "l’intramoenia allargata”, ossia la possibilità di fare le visite negli studi privati fuori dagli ospedali.
Forse  questa forzatura sull’intramoenia è solo un escamotage per recuperare risorse finanziarie, obbligando molti  professionisti che visitano nel loro studio privato e/o in studi esterni ad optare per l’extramoenia. 

Noi non pensiamo male ma proviamo però a farci una domanda: a cosa è servita in tutti questi anni l’applicazione dell’esclusività e dell’intramoenia per tutti gli attori in gioco ?

I dati sull’intramoenia dimostrano quanto la forzatura esercitata dall’ultima riforma sanitaria con la Legge Bindi sia stata ipocrita; l’investimento economico da parte del SSN sull’esclusività (1200 milioni di euro all’anno di indennità di esclusività per i medici delle strutture sanitarie pubbliche) è stato da un punto di vista aziendalistico nettamente in perdita e ha favorito da parte di molti  medici un atteggiamento passivo di tipo impiegatizio più che di investimento professionale. Infatti il numero  di ricoveri (0,5% dei ricoveri totali) e di prestazioni ambulatoriali specialistiche (mediamente inferiore al 5% di tutte le prestazioni) effettuati in intramoenia all’interno degli ospedali dimostrano lo scarso investimento e  l’estrema marginalità di tale attività, rispetto a quella ordinaria.
Inoltre mancano 4 mesi alla fine della deroga e solo il 50% degli ospedali hanno organizzato la vera libera professione intramuraria. Solo in otto regioni si sono programmati (“dicesi” solo programmati) interventi per gli spazi ad hoc  da realizzare nelle aziende ospedaliere, ma pochissime sono le aziende che hanno già effettuato gli interventi strutturali e organizzativi.
Si è deciso di investire 800 milioni di euro per tale operazione, in presenza di risorse economiche per le aziende sanitarie  in riduzione. Ad esempio la Lombardia  che ha un SSR riconosciuto efficiente e con un alto livello di qualità ha dato quest’anno come obiettivo di budget  ai  Direttori Generali delle Aziende Ospedaliere  quello di ridurre i costi del - 1,5% per il personale, del - 3% di beni e servizi.
Forse allora faremmo meglio ad investire questi soldi, anche se pochi, sull’attività ordinaria degli ospedali.

L’intramoenia “stretta” rischia poi di non essere trasparente nei confronti dei pazienti, visto  che almeno fino ad oggi non si è reso esplicito per l’utenza  il ruolo dell’attività intramoenia rispetto a quella ordinaria all’interno degli ospedali. Infatti con l’intramoenia lo spazio dell’attività professionale si è spesso inserita nell’inefficienza dell’offerta dell’ospedale (vedi liste di attesa) anziché nel valore dei medici  sul mercato sia in termini di efficacia che in termini di efficienza. La professionalità trova infatti la sua valorizzazione solo in un’attività che favorisca la libera scelta del paziente.

Infine l’esclusività che ha “fidelizzato” i professionisti alle aziende ospedaliere, ne ha aumentato responsabilità e capacità professionale? Sono più soddisfatti a distanza di tredici anni? Crediamo di poter rispondere come professionisti di no, perché non può reggere un’organizzazione umana che non “misuri” il contributo di ciascuno e non lo valorizzi. Ciò che lega infatti di più al nostro lavoro è una soddisfazione professionale vera, cioè la percezione di un rapporto fra l’”onorario” e la misura di un merito, l’evidenza di un bene per l’altro alla cui generazione si partecipa. La professione è libera quando è costruita su questo. Se proprio il Ministro ci chiederà come medici  l’esclusiva totale all’Azienda Ospedaliera ove operiamo, trovi anche il coraggio di introdurre nel contratto che regola e misura il rapporto di lavoro, quegli elementi qualificanti la nostra professione: il merito al centro del sistema retributivo, una progressione di carriera reale basata solo su elementi di capacità documentata, il posto non più “garantito” ma rinnovato sulla base della qualità delle prestazioni e della responsabilità assunta.
Nelle aziende ospedaliere private già funziona così. Il professionista infatti è valorizzato perché è il vero motore economico dell’azienda, infatti se non ha qualità professionale, attrazione sull’utenza e non “produce”, difficilmente ha futuro.

Non intendiamo difendere interessi di casta o creare guerre fra bande: crediamo piuttosto che l’esercizio di una libera professione adeguatamente riconosciuta sia oggi l’unico modo per garantire la professione, evitando di consegnare al controllo statale, dopo i processi di erogazione, anche le scelte etiche.

A cura di Raffaele Latocca
 
                                                                                                                                 La Redazione

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