RASSEGNA STAMPA
PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA: IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE E L’IMPATTO SULLA REALTA’


Questo breve editoriale  nasce dalle lettura di una nota di commento  della Prof.ssa  L Battaglia alla sentenza del tribunale civile di Bologna che ha dato il via libera a che, ad una donna di 50 anni (quindi ormai al termine della sua fisiologica capacità riproduttiva), vengano impiantati gli embrioni "prodotti " dall'unione dei suoi ovociti col seme di suo marito, al presente defunto, e “crioconservati” ma, si noti bene , non " abbandonati" dalla coppia per 19 anni1. Uno dei problemi  che lo sviluppo tecnologico  della medicina ha evidenziato, con le possibilità che offre, è quello che spesso non sappiamo comunicare , descrivere ciò che accade. Sembra che manchino le "parole per dirlo". Oppure utilizziamo parole a noi familiari alterandone parzialmente o totalmente il significato originario. Occorre poi notare come le parole ed il linguaggio che con esse si costruisce, non sono dei puri momenti formali ma hanno una forte valenza simbolica. Ne sanno qualcosa ad esempio i traduttori dei poeti  quando si impegnano nel difficile lavoro di trasmettere  il contenuto significante , evocante ed espressivo dei termini di altre lingue,  non caso sono spesso poeti essi stessi. Tutti poi facciamo quotidianamente l'esperienza di quanto  le  parole abbiano un contenuto che deborda il puro significato che di esse da' il dizionario . C'è poi il grande, problematico mondo del linguaggi tecnico scientifico che già di per se è "diverso"  rispetto al linguaggio che comunemente usiamo. Un po' di questo linguaggio si è riversato in quello ordinario ed  ad esempio tutti oggi parlano disinvoltamente di “procreazione medicalmente assistita” (PMA) , di embrioni, feti, trascurando di pensare  che questi stessi per molti hanno il nome di "figli" e vengono pensati come tali. La professoressa sottolinea che <<nel caso in questione ci troviamo in presenza di un paradosso: l’embrione non è orfano nel senso che è abbandonato (si chiamano “orfani” gli embrioni crioconservati che non vengono più riconosciuti dai loro genitori sia pure potenziali) ma è diventato “orfano”, nel senso corrente dell’espressione, a causa della morte del padre>>2 Ora la parola orfano,  che è arrivata nella lingua italiana direttamente dal greco significa: "Privo di uno o di entrambi i genitori"  oppure semplicemente " privo", indica cioè una assenza , una mancanza. Ora nel primo caso citato nell'articolo gli embrioni non sono  orfani ma sono stati abbandonati dai loro genitori. Nel secondo caso invece l'uso del termine è corretto, cioè l'embrione è privo di un genitore perché questi è morto.
Non c'è perciò nessun paradosso ma solo un utilizzo improprio del termine: laddove si dovrebbe dire embrioni “abbandonati” li chiamiamo “orfani”. È evidente a chiunque che il termine "abbandonato" reca con se' una nota dolorosa ed evoca un pensiero di  riprovazione morale nei confronti dell'autore dell'abbandono. Invece il temine “orfano”, utilizzato fin dall'antichità suscita sentimenti di compassione nei confronti del soggetto implicato (embrione), privo appunto di uno o di ambedue i  genitori. Queste note in margine al commento ad una sentenza su cui già molti autorevoli commentatori hanno espresso il loro parere ci potrebbero anche permettere di ampliare la riflessione al linguaggio del mondo medico e della scienza in generale. Se abbiamo cominciato a comprendere a nostre spese che, nel campo della tecnobiomedicina,  non tutto quello che si può fare si deve anche fare, occorre riflettere con H. Arendt che “può darsi che noi […] non riusciremo mai a comprendere, cioè a pensare e a esprimere, le cose che pure siamo capaci di fare”3.

Restano anche alcune considerazioni sul fatto in se e sulle  sue ricadute nella realtà (complesse e non prive di rischi), che devono  far riflettere e che lasciamo come spunti  al giudizio dei lettori:
● Le riviste scientifiche documentano come le tecniche di “crioconservazione” per un periodo così lungo (in questo caso 19 anni) e l’età della donna (50aa) configurino una situazione limite rispetto alla possibilità di un esito positivo della gravidanza e della nascita di un bambino sano;
● l’art.4 della Legge 40 che  stabilisce che i genitori di chi ricorre alla PMA debbano essere entrambi viventi (che la sentenza in qualche modo supera) afferma  che il contesto adeguato ad un embrione nato da una tecnica che mette a grosso rischio già di per  una normalità di convivenza familare per le modalità in cui spesso si svolge (si pensi alla gravidanza come stimolazione ormonale, la costante paura della perdita dell’embrione, ecc.) può  essere unicamente  la famiglia, intesa come co-presenza di entrambi i genitori.  Di questo, come scritto nell’articolo, anche la signora interessata peraltro si dimostra in parte cosciente.

 

A cura di Gemma Migliaro, Raffaele Latocca


1. “Dopo 19 anni i nostri embrioni faranno nascere mio figlio” di F. Giubilei – Il Secolo XIX 11/02/15;
2. Io la ammiro, ha mantenuto una promessa di vita (commento) di L Battaglia – Il Secolo XIX 11/02/15;
3. H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 2006, p. 3

 

Comunicato stampa Associazione Medici Cattolici Italiani - Sezione di Bologna

(versione PDF per la stampa)

 


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