RASSEGNA STAMPA
NUOVO CODICE DEONTOLOGICO: UN MANUALE OPERATIVO VERAMENTE UTILE AI MEDICI?


Il 18 maggio è stata presentata la nuova versione del Codice di Deontologia dei Medici approvata alcuni giorni prima  a maggioranza dalla Assemblea dei Presidenti degli Ordini Provinciali.  E’ il frutto di un lungo e a tratti estenuante lavoro iniziato nell’estate di due anni fa e che per la prima volta ha visto alcuni Ordini Provinciali dissociarsi all’atto della votazione negando l’approvazione.
Fra le molte considerazioni e osservazioni che si potrebbero fare, se ne scelgono due. Una modifica rilevante  ha riguardato l’identificazione semantica del “soggetto” cui si rivolge l’operato del medico : in numerosi articoli il “paziente” è stato sostituito con “persona assistita”. Secondo A. Bianco1 presidente  della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici il termine  “persona assistita” non identifica  il malato (in ospedale o in ambulatorio), ma “una persona con un'identità morale, culturale e civile”.  Insomma dobbiamo prendere atto che il compito del medico si amplia e di molto.  Già  H. Jonas aveva sostenuto che l’arte medica aveva aggiunto al suo bagaglio un altro aspetto « che […]è venuto ad affiancarsi, come conseguenza dello sviluppo sociale e tecnico, all'immagine tradizionale, spostando il medico dal ruolo di guaritore a quello di artista  del corpo con scopi da definirsi. Se abbiamo detto che la regola per determinare le finalità dell'arte medica è la natura, ora bisogna aggiungere che oggi anche fini che vanno al di là di tale regola, persino quelli che gli vanno contro,  reclamano per sé l'arte medica, e alcuni medici sono de facto al loro servizio».2 La medicina, da tradizionale “arte di guarire” basata sulla facoltà di giudizio riguardo al singolo paziente e sulla cura generale della persona è oggi diventata “tecnica medica”, cioè “normalizzazione della malattia e cura del solo corpo”.
La seconda osservazione riguarda gli aspetti più propriamente deontologici nel senso di “norme che regolano la Professione” perché questa è la funzione di un Codice. E’ indubbio che  il lavoro sulle modifiche alle due bozze succedutesi, svolto dai Consigli Provinciali ma anche da bioeticisti , giuristi , filosofi,  con ampia risonanza mediatica, ha rappresentato  una grande occasione per molti per “ripensare “ ai contenuti della professione medica. Dobbiamo dare atto che ha rimesso in moto la riflessione personale dei medici, il lavoro di approfondimento in alcuni Consigli, la discussione mediatica e non solo fra addetti ai lavori. Ha messo però in ombra la riflessione su un’altra e non meno determinante funzione del Codice: quella di essere un insieme di regole per la professione medica che indicano cioè i diritti ma anche i doveri del medico. Questo è accaduto anche perché da alcuni anni diritti e doveri del medico vengono spesso stabiliti dalla Magistratura attraverso sentenze . Si rivolgono alla Magistratura le “persone assistite” a vario titolo scontente dell’operato del medico, spesso con uno scopo meramente risarcitorio ma anche coloro che  pretendono prestazioni che la buona pratica clinica, supportata da corpose dimostrazioni scientifiche, ha loro negato  In conseguenza di ciò la pratica della medicina difensiva avanza  anche in Italia a grandi passi . Inoltre la progressiva aziendalizzazione della sanità , finalizzata ad un doveroso risparmio di risorse, ha caricato i medici di incombenze gestionali e amministrative, compiti  cui nessuna università li aveva preparati. Ebbene, la nuova stesura del Codice sembra voler fornire un “riparo” a tutto questo . Dettagliando e normando molte pratiche e procedure mediche ma anche organizzativo-gestionali sembra avere la pretesa di offrire una maggior tutela al medico e quindi al paziente.
Ma nessun codice potrà mai normare totalmente la responsabilità professionale che si esplica nella relazione medico- paziente. La modifica dell’articolo 22 , fin dal titolo, (da “Autonomia e responsabilità diagnostico-terapeutica” a “Rifiuto di prestazione professionale”) evidenzia come,  per una affermata esigenza di tutela dei “diritti” del medico e della persona assistita, si sia pericolosamente ridotto lo spazio della responsabilità personale. A Pessina3, a riguardo della responsabilità professionale, in un suo articolo del 2002 affermava che:« Non si è forse riflettuto abbastanza sul fatto che l’azione del medico lo coinvolge umanamente, anche qualora volesse estraniarsi psicologicamente dalla situazione, affidandosi alle regole impersonali della buona prassi medica, o restando formalmente fedele alla deontologia.[…] C’è un livello, invisibile agli occhi altrui, della professione medica che ha che fare con la coscienza personale del medico come uomo, come soggetto che costruisce la propria identità personale.»
Infine occorre sottolineare come la nuova dizione dell’articolo 22 introduca un ulteriore elemento fortemente contraddittorio e limitativo  della libertà professionale . Afferma infatti che il medico può rifiutare la propria opera professionale se questa è in contrasto con la propria coscienza  ( o con i propri convincimenti tecnico-scientifici) ma conclude “… fornendo ogni utile informazione e chiarimento per consentire la fruizione della prestazione”. La libertà di coscienza in questo caso è solo formale. Paradossalmente perciò la nuova stesura di questo articolo, tenacemente perseguita dagli estensori, costituisce una grave limitazione della libertà professionale.  Se il medico dovrà fornire le informazioni per permettere a chi si è rivolto a lui di fruire in ogni caso della prestazione che egli in scienza e coscienza gli ha appena rifiutato dove è finita la libertà e l’indipendenza della professione ?


A cura di Gemma Migliaro

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1. Cfr. dichiarazione di A. Bianco all’ADN Kronos Salute 21 agosto  2013.

2. H.Jonas, Il principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica

3. A. Pessina, Curare e prendersi cura. Le due facce dell’arte medica, Leadership medica, 2002

 

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