RASSEGNA STAMPA
LA CURA DELL'AIDS RICHIEDE LA CENTRALITA' DELLA PERSONA


Il 27-28 maggio si e’ svolto in Vaticano il convegno dal titolo “La Centralità della Cura della Persona nella Prevenzione e nel Trattamento della Malattia da HIV/AIDS”, organizzato dal Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, insieme alla Fondazione “Buon Samaritano”.
E’ la prima volta, dopo molti anni, che la Chiesa propone alla discussione il tema dell’AIDS, visto, come sempre fa la Chiesa, non nell’ottica “tecnica”, ma in quella della domanda e della risposta sull’uomo nella sua interezza. Hanno partecipato eminenti teologi cattolici, come Jacques Sueaudeau e Tony Anatrella, scienziati e medici, quali Edward Green, Giuliano Rizzardini, esperti di sanita’ pubblica, come Enrico Garaci, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanita’, Stefano Vella, Presidente della Conferenza Mondiale sull’AIDS che si svolgera’ a Roma nel luglio prossimo, e infine tanti laici, vescovi, sacerdoti e suore, che hanno portato la loro esperienza sul campo, nella cura dell’AIDS nei diversi continenti.
Ci sono molte novita’ in questo campo. L’AIDS si e’ trasformato in Occidente in una malattia cronica, sempre mortale se non curata, ma controllabile con l’ausilio delle cure. I farmaci cominciano a giungere dove ce n’e’ piu’ bisogno, soprattutto in Africa, Sud America e Asia sud-orientale, dove risiede il 95% dei casi di AIDS nel mondo. Nonostante cio’, ancor oggi il controllo della malattia e’ difficile ovunque esistano situazioni di disperazione, disagio, poverta’. Ed e’ dove la Chiesa e’ presente, con i suoi 117.000 centri sanitari, tra dispensari, ospedali, infermerie, sparsi nel mondo. Una forza d’urto straordinaria, che segue ancor oggi, nell’epoca della laicizzazione dei bisogni, la grande maggioranza dei malati piu’ poveri ed emarginati, quelli che non hanno accesso alle cure, riservate ai piu’ ricchi; e l’AIDS e’ la malattia dei poveri, insieme alla malaria e alla tubercolosi. La Chiesa segue e cura nel mondo la maggioranza di queste persone.
Gia’ questi numeri, queste cifre, ci dicono la lontananza dalla realta’ oggettiva delle critiche alla Chiesa che, non dando i profilattici, e’ corresponsabile della morte da AIDS di migliaia di persone!! Tutto cio’ e’ clamorosamente falso. Se c’e’ qualcuno che si fa carico della poverta’ nel mondo, e dell’AIDS come malattia della poverta’, e’ proprio la Chiesa Cattolica, e i fatti parlano su questo piu’ di tante parole e slogan.
Da questo amore per l’uomo nasce lo spunto per questo convegno, finalizzato a capire come la Chiesa puo’ svolgere, al meglio e sempre meglio, il ruolo di principale operatore nella prevenzione e cura dell’AIDS.
Oggi e’ possibile implementare la diagnosi precoce, attraverso l’offerta del test per l’HIV alla popolazione generale. In tal modo e’ possibile anche curare prima, e quindi ridurre non solo la mortalita’ da AIDS, ma anche abbattere il tasso di trasmissione del virus tra persone. Diagnosi precoce significa terapia precoce e quindi ridurre la quantita’ di virus, e questo si accompagna ad una netta riduzione della trasmissione del virus. Tale intervento mette a nudo i limiti della strategia del profilattico diffuso a piene mani, la cui efficacia “tecnica”, al di la’ della dubbia liceita’, sembra molto piu’ contenuta di quella derivata dalla prevenzione tramite diagnosi precoce e terapia. Tanto resta ancora da fare, implementare ovunque la diagnosi precoce non e’ facile, e resta ancora una grande sfida. Tuttavia molta strada e’ stata fatta da quando, in mancanza di cure efficaci, la gente non voleva fare il test che, in caso di positivita’, significava solo emarginazione e morte. La Chiesa e’ centrale in questo sforzo, e lo sara’ sempre di piu’, in forza del suo radicamento nel tessuto sociale di praticamente tutte le regioni del mondo.
Al di la’ della tecnica, della prevenzione con il test, della terapia, rimane pero’ un punto fondamentale, su cui la Chiesa da sempre ha fatto sentire forte la sua voce. Nessun risultato di rilievo potra’ essere ottenuto senza un cambiamento dei comportamenti. Gia’ l’esperienza ugandese, focalizzata a ridurre il tasso di trasmissione del virus modificando i comportamenti,  e implementando la fedelta’ e la monogamia, aveva dimostrato lo straordinario potere di questo intervento, relegando il profilattico a comprimario di un’esperienza ben piu’ grande. I dati dello Zimbabwe hanno confermato la bonta’ di questo approccio, e mostrano che la Chiesa, come sempre, guarda al bene dell’uomo, di tutto l’uomo, e non soltanto al bisogno “tecnico”.
Come sottolineato dall’arcivescovo Mons Zimowski nel suo intervento di apertura, la Chiesa si fa carico dell’uomo nella sua interezza, e tutti gli interventi, anche e soprattutto quelli sanitari, sono finalizzati a questi obiettivo. Cura dell’uomo, di ogni uomo, come persona irripetibile, e’ l’obiettivo fondante delle scelte del Magistero, in quanto basato su quell’amore per ciascuno di noi, manifestato da Gesu’ Cristo e trasferito a noi nell’esperienza quotidiana dell’incontro e dell’amicizia con chi condivide la nostra strada

Carlo-Federico Perno e Giuliano Rizzardini
(collaboratori nell’organizzazione del convegno) 
                                                                                                                                     
                                                                                                                                La Redazione

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