RASSEGNA STAMPA
ANCORA DOMANDE SULLA H1N1


Un articolo comparso il 7/11 su Avvenire (Prof. R. Colombo, Il virus A fa riscoprire il senso del «prendersi cura») esprime chiaramente il vissuto che è stato – dobbiamo ammetterlo – anche il nostro di fronte a queste settimane di intensa attività ospedaliera (e territoriale) di medici internisti e pediatri alle prese con la suina. Si è detto che “il picco” ha sorpreso anticipatamente tutti; tuttavia in questi ultimi giorni  l’affluenza ai PS e ai pediatri di base è stata significativamente minore.

Nell’articolo si legge: “La pandemia influenzale causata dal RNA virus di tipo A, ceppo H1N1, si espande rapidamente anche in Europa e il nostro Paese è tra i più colpiti. Ancora più rapidamente si sta innalzando il livello di allarme sociale, generato da una diffusa paura per le conseguenze e le eventuali complicanze cliniche dell’infezione da questo virus, e cresce lo scetticismo verso le parole rassicuranti dei responsabili della sanità nazionale e internazionale. Il consenso verso la profilassi immunitaria attiva non riesce a decollare e gli stessi medici sono tra i più restii a farsi vaccinare. I governi dei Paesi occidentali si interrogano su cosa non abbia funzionato nella complessa macchina architettata per l’informazione pubblica, la formazione del consenso alla profilassi, la collaborazione dei cittadini alle misure di prevenzione e, soprattutto, per il contenimento della paura e dei comportamenti irragionevoli che essa genera, capaci di bloccare interi settori dell’assistenza sanitaria e sociale e del mondo del lavoro e della scuola. Così, si moltiplicano le analisi psicologiche, sociologiche e politiche sull’insorgenza del swine flew panic e su come contrastare questo delirio collettivo, ma non se ne comprendono le radici profonde, che sono culturali ed educative.  [..] Non è censurando o biasimando le incertezze e le paure del cittadino di fronte agli inevitabili pericoli sanitari che la medicina riconquisterà il rispetto e la stima che da secoli le sono stati riservati nella società. E neppure moltiplicando dai pulpiti televisivi gli appelli alla calma essa otterrà di venire ascoltata e seguita. La vera emergenza che non tramonta dopo la stagione delle influenze virali è quella educativa: costruire una nuova cultura della salute che abbia al suo centro la persona del medico e del paziente come protagonisti di un’avventura umana che, mentre lotta contro la patologia, scopre il senso della malattia come domanda di salvezza e non solo come esigenza di salute.” Quello che dice il Prof. Colombo è estremamente vero, proprio per un esito diverso dell’evento. Anzitutto quello che serve in condizioni quali la suina dilagante è un rapporto stretto di fiducia con il proprio medico e una rivalutazione delle condizioni cliniche del paziente per cogliere il momento della necessità di una terapia antibiotica. Come è noto la complicanza più frequente in questa forma è la sovrapposizione di infezioni batteriche da gram positivi (penumococco!!) e per questo basta una valutazione clinica accurata -accurata- e la prescrizione di una terapia antibiotica tempestiva ad hoc. 

Questa è la base da cui partire per “ragionare” di suina. Ma occorrono anche i numeri e vogliamo capire cosa sta succedendo, cosa è successo. E’ questo che ancora non si capisce o non si vuol capire. Sicuramente il fenomeno “suina” è osservabile da vari punti di vista: chi l’ha gestita da rianimatore in centri specialistici di riferimento ha vissuto una drammaticità di impatto diversa rispetto a quanti l’hanno gestita in sede ambulatoriale od ospedaliera, da patologia “non complicata”. Per questo non può bastare fare il semplice conteggio del numero e della tipologia delle persone morte, finora sovrapponibile ai dati di altri paesi (es. Australia) ed estremamente più bassa rispetto agli esiti di mortalità della influenza stagionale; è la morbilità, cioè la valutazione dei casi gravi, complicati, sulla popolazione generale, non a rischio, che va valutata (e andrebbe valutata real-time, durante il fenomeno, a fenomeno in atto). Da qui tutta una serie di considerazioni: di terapia e di profilassi. Ma il tempo è – è stato – tiranno.
Capiremo di più tenendo conto di tutti i fattori, come sempre, davanti a numeri che (si spera) siano stati raccolti mentre si lavorava. Osservando a bocce ferme il fenomeno si capirà meglio. Ma ci sono già vari indizi, che verranno confermati o smentiti dai dati. 
Editoriale a cura di C. Isimbaldi
                                                                        La Redazione

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