RASSEGNA STAMPA
LA "BEST CARE AT LOWER COST" E' POSSIBILE OVUNQUE


Il Ministro uscente Balduzzi a fine dicembre 2012 facendo chiarezza sui numeri in sanità stimava nel periodo 2012-2015 un taglio di quasi 25 miliardi di Euro tra il fabbisogno finanziario anti-manovre e quello reale post-manovre (DL 78/10, DL 98/11, DL spending-review e decreto stabilità 2013). L’entità e la rapidità dei tagli potrebbero rendere inevitabili una progressiva riduzione della qualità / quantità dei servizi offerti dal SSN ed un imprevedibile e non quantificabile incremento dei costi a carico dei cittadini. Tranne un accenno di Monti a fine mandato, tutto tace (siamo in campagna elettorale) in attesa che il prossimo esecutivo affronti questo nodo spinoso.
La letteratura internazionale ha fornito suggerimenti per garantire sostenibilità dei sistemi sanitari senza compromettere la qualità delle cure. In America la sfida lanciata da Obama con la nuova riforma sanitaria, per estendere a tutti i cittadini americani il diritto alla salute,  ha mobilitato varie istituzioni e categorie sotto l’imperativo “Best Care at Lower Cost”. La strategia alternativa a quella dei tagli lineari consiste nella identificazione degli sprechi per la quale Berwick e Hackbarth si sono ispirati al modello dei cunei di stabilizzazione (strategie mirate integrate fra loro per garantire l’assetto di stabilità). 

Gli autori hanno identificato sei fonti maggiori di spreco che costituiscono almeno il 20% dei costi sanitari:
- sottoutilizzo di interventi sanitari efficaci conseguente al gap fra ricerca e pratica (aumento delle complicanze con ricoveri ed interventi sanitari più costosi);
- inadeguato coordinamento dell’assistenza (in particolare tra ospedale e territorio);
- sovrautilizzo di interventi diagnostici e terapeutici (overdiagnosis, overtreatment)
- complessità amministrative (sovraccarico obblighi burocratici)
- tecnologie sanitarie a costi eccessivi (mancata definizione dei costi standard, assenza di regole nelle gare di appalto);
- frodi ed abusi (oltre alle azioni fraudolente vi sono sprechi correlati a leggi/regolamenti/controlli a cui tutti devono sottostare).
Secondo le stime di Berwick ed Hackbarth la riduzione degli sprechi attraverso i “cunei di stabilizzazione” valgono per il Sistema Sanitario Americano circa 558 miliardi di dollari / anno che riportati alla nostra dimensione nazionale rappresentano più o meno i tagli previsti dalle manovre finanziarie.
Questo modello di “Best Care at Lower Cost” è riproducibile nel nostro paese, tenendo conto delle differenze fra il nostro Sistema Sanitario e quello USA, modalità di finanziamento, cultura professionale ed investimento nella ricerca?

Difficile dirlo, difficile soprattutto attuarlo a fronte di un investimento economico pubblico del 6% circa (più basso del 2% rispetto ad altri paesi avanzati europei come la Germania e la Francia) e ad una gestione del finanziamento centrale alle Regioni che ha premiato l’inefficienza di molte  mortificando  l’efficienza e la qualità di altre (vedi Regione Lombardia che è a pareggio di bilancio ed è costretta a raschiare ulteriormente il barile per destinare risorse economiche alla copertura dei buchi di altri sistemi regionali). Una alternativa alla modalità attuale di finanziamento del Sistema,  è una nuova organizzazione che veda la compartecipazione dei cittadini attraverso fonti di finanziamento integrative oppure una inevitabile ridefinizione dei LEA a livello nazionale, con pesante ricaduta sull’offerta dei SSR.

Molti soggetti qualificati mandano messaggi alla politica, cercando di identificare i punti chiave su cui ripensare il nostro welfare sanitario. Harari sul Corriere della Sera (Dieci domande sulla Sanità, Corriere della Sera, 20/01/2013) focalizza alcuni punti qualificanti, pensando ai modelli regionali ed in particolare alla Lombardia:
- una nuova organizzazione della rete ospedaliera pubblica/privata governata e controllata che sfrutti non solo la competitività come spinta migliorativa,  ma sviluppi un modello che premi la collaborazione;
- un nuovo equilibrio fra ospedale e territorio che superi la dicotomia attuale sviluppando strutture cerniera fra i due mondi (ricoveri temporanei per pazienti fragili, cure sub-intensive, assistenza domiciliare, ambulatori infermieristici);
- una nuovo impulso alla ricerca medica coagulando finanziamenti, premiando la stessa in modo trasparente in base ad indicatori di risultato, sviluppando temi di utilità per i SSR e favorendo la cosiddetta” ricerca translazionale”;
- una riorganizzazione della rete ospedaliera con una riconversione dei piccoli ospedali in presidi territoriali, tenendo conto delle esigenze particolari di alcune aree (ad es. quelle montane) e delle specificità di alcune strutture monospecialistiche.

Per ripartire sono sicuramente necessarie ipotesi innovative, ma resta una domanda di fondo: tutti, le istituzioni ed i soggetti implicati, sono disponibili a mettere in discussione e rinunciare ai privilegi conquistati in 35 anni?  Non è solo un problema di inefficienza e mancata programmazione istituzionale, ma è anche una problema di corporativismo delle professioni (esasperazione delle autonomie, garantismo sindacale, deresponsabilizzazione) ed una progressiva involuzione del cittadino in consumatore.
Probabilmente questo cambiamento  che è prima di tutto antropologico ed educativo,  è il punto da cui  ripartire. Solo così  potrebbe davvero attuarsi il  “Best Care at Lower Cost”, cioè aver cura di ciò che è realmente necessario e attuarlo nel quotidiano.

A cura di R. Latocca

                                                                                                                          La Redazione

IN RILIEVO:
Contro la spending del Governo Monti la ricetta del <<best care at lower cost>> firmata Obama di Nino  Cartabellotta (Il Sole 24 ORE Sanità, 22-28 gennaio 2013)

 (versione in pdf per stampa)


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