RASSEGNA STAMPA
DISOCCUPAZIONE ED AUMENTO DEI SUICIDI: UNA NUOVA EPIDEMIA?


Nell’ultimo numero di Lancet Psychiatry è stato pubblicato uno studio effettuato dall’Università di Zurigo sui risultati di una analisi longitudinale retrospettiva 2000-2011 sull’associazione fra disoccupazione e suicidi.1 Diversi studi hanno in passato dimostrato che il timore di perdere il lavoro (job Insecurity) od una condizione prolungata di disoccupazione possano rappresentare una minaccia per la salute ed il benessere neuropsicologico sia dei singoli lavoratori che delle famiglie. Ad esempio a cavallo degli anni 1981-82 in US si sono verificati oltre 900 suicidi, in corrispondenza di una rapida impennata degli esuberi che ha portato in breve il tasso nazionale di disoccupazione ai più alti livelli della storia dall’era della Grande Depressione. Notorio è anche il caso di France Telecom dove negli anni 2008-2009, in relazione ad una marcata pressione lavorativa ed ai piani di ristrutturazione aziendale con aumento dei licenziamenti e/o mobilità, 22 operatori si suicidarono. L’analisi retrospettiva nel periodo 2000-2011 dei dati di mortalità per suicidio in 63 paesi suddivisi in quattro macroaree omogenee in relazione alle condizioni economiche (nord e sud America, Europa del nord e occidentale, Europa del sud e dell’est, altri Paesi non appartenenti all’Europa, né alle Americhe) ha evidenziato in tutti i paesi una evidente associazione fra suicidi e disoccupazione. Ogni anno, all’incirca un caso di suicidio su cinque è legato alla disoccupazione (233,000 suicidi/anno in media). Ad essere interessati sono entrambi i sessi, e tutte le fasce d’età. Dopo l’anno della grande crisi, il 2008, nel breve termine sono stati registrati circa 5.000 casi di suicidio in eccesso, tra quelli legati alla disoccupazione. La disoccupazione in tutte le regioni del mondo considerate in questo studio, è risultata associata ad un aumento del 20-30% del rischio relativo di suicidio. L’impatto della disoccupazione sul numero di suicidi è stato maggiore nelle nazioni con un basso tasso di disoccupazione pre-crisi, più che in quelle dove il problema era già molto sentito.  Significativo anche il fatto che l’aumento del numero di suicidi abbia preceduto la crisi del mercato di lavoro e l’aumento della disoccupazione di circa sei mesi; da questo punto di vista   anche l’incertezza relativa all’evoluzione della situazione economica, una pressione crescente sul posto di lavoro, come avviene nei periodi di ristrutturazione organizzativa, possono favorire un peggioramento del clima socio-lavorativo. Gli autori dell’articolo, considerano che al di là del dramma dei suicidi, gli stessi rappresentano la punta dell’iceberg dei disagi connessi alle difficoltà lavorative o alla disoccupazione. E’ necessario approfondire tutte quelle manifestazioni psicosociali dei periodi di difficoltà economica oltre i tentativi di suicidio, i problemi legati allo stress ed all’ansia, la depressione, la perdita della speranza, i problemi legati all’abuso di sostanze psicotrope compresi gli psicofarmaci, i conflitti familiari e la rottura delle relazioni. L’OSHA ha recentemente stimato un costo complessivo di salute mentale (legati al lavoro o meno) di circa 240 miliardi di Euro all’anno: costi enormi di tipo diretto (cure sanitarie, terapie farmacologiche) e di tipo indiretto con ricadute anche sulle organizzazioni del lavoro (aumento dell’assenteismo, aumento degli infortuni, aumento dei contenziosi, ecc.). Gli autori concludono come sia importante investire nei training specialistici, quali quelli afferenti alle risorse umane, per portare al tempestivo riconoscimento di campanelli di allarme circa un aumentato rischio di suicidio. Dall’altro lato allo stesso tempo evidenziano come sia importante studiare il come ed il perché molti individui riescano a passare indenni attraverso periodi di gravi difficoltà economiche senza ripercussioni sulla salute psichica e sul benessere in generale. Quest’ultima considerazione rappresenta una bella sfida alla medicina, che spesso si è prestata a medicalizzare il disagio psico-sociale (pensate all’uso ed abuso dei farmaci ansiolitici e/o antidepressivi in tutte le fasce di età). C’è un fattore di bene che supera la capacità della scienza medica di gestire questo disagio, che è insito nella radice dell’uomo ed in certe situazioni di difficoltà lo fa sperare contro ogni speranza. Nel marzo del 2008 fu presentato uno studio alla conferenza annuale della Royal Economic Society di Londra che con evidenza scientifica dimostrava come nei paesi a forte tradizione cristiana,  ci fosse una miglior capacità di stemperare l’impatto negativo di eventi di vita particolarmente stressanti (disoccupazione, separazione, ecc.) fino quasi a identificare in questo fattore un vero e proprio ammortizzatore economico a valenza “assicurativa” che può essere un fattore di risparmio  nella spesa sociale a livello internazionale2.

 

A cura di R. Latocca


1. C. Nordt et al  “Modelling suicide and unemployment: a longitudinal analysis covering 63 countries, 2000–11”. Lancet Psychiatry Vol.2 March 2015
http://www.svt.se/svts/article2668934.svt/binary/unemployment%20%281%29.pdf


2. A. Clark “Deliver us from evil: religion as insurance” - Institute for Social and Economic Research (ISER) Research paper dec 2005.   https://halshs.archives-ouvertes.fr/halshs-00590570

 

(versione in PDF per la stampa)


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