RASSEGNA STAMPA
MANOVRA E PENSIONI


La recente discussione riguardo all’età pensionabile suscitata dalla manovra del Governo e le conseguenti reazioni sindacali inducono a qualche riflessione per quel che ci riguarda, cioè sulla vita professionale del medico.
 
La vita media dei medici, come del resto quella della popolazione generale,  si è allungata (di 6 anni negli ultimi 30-40 anni); non così la vita professionale, che anzi si è ridotta. Si è ridotta perché si è allungato il periodo di formazione  (per un aumento della durata degli anni di specialità, ma non solo) e poi perché il pensionamento viene prima. Un tempo il medico lavorava fino a 70 anni e oltre. Se la vita media (nell’uomo) è di circa 80 anni e di circa 84 nella donna, la vita professionale, per come è strutturata oggi, è inferiore a 35 anni. Oggi infatti, tenendo conto del riscatto degli anni di laurea (6 anni), i 40 anni di contribuzione (e quindi di maturazione della pensione per raggiunta  anzianità) si raggiungono già dopo 34 anni di lavoro. E’ evidente quindi che su 80 anni di vita, per 46 anni il medico si  trova a carico della comunità, i primi 25 anni per la formazione, gli ultimi 21 ( o 26 nel caso della donna) per la pensione.
Appare anche chiaro che, se da un lato è giusto che a chi ha pagato il riscatto degli anni di laurea venga riconosciuto ciò che ha pagato (mediante una detrazione fiscale durante gli anni di lavoro effettuati oltre i 40 di contribuzione per chi desiderasse continuare a lavorare, pur avendo già acquisito l’ anzianità) non si può non far notare che per un medico andare in pensione a 59 anni è troppo presto: è troppo presto per lui e dal punto di vista della sostenibilità del sistema pensionistico. E’ troppo presto perché a 59 anni un medico è nel pieno della maturità professionale e mandarlo in pensione è uno spreco. Ci lamentiamo che presto avremo una carenza di medici e buttiamo tutta questa professionalità matura.
 
Dai nostri sindacati ci  aspettiamo non solo proteste, ma qualche proposta qualitativamente differente:
- proporre un iter lavorativo che preveda impegni, competenze e riconoscimenti professionali variabili nel tempo (sul modello inglese, tanto per citare un esempio);
- rendere più precoce l’inserimento professionale dei giovani medici (cosa che pare, finalmente, il governo tramite Ministeri Sanità e Istruzione voglia fare);
- rendere meno pesante l’attività lavorativa da un certo punto in poi (dopo 20-25 anni di anzianità, corrispondenti ad un’età di 50-55 anni al massimo), ad esempio togliendo l’attività di guardia nei turni notturni ai medici più anziani e favorendo l’attività professionalizzante verso i giovani medici.
 
La manovra ha sinora solo “sfiorato” il problema delle pensioni e dell’attuale sistema di pensionamento, se ci dovesse mettere mano davvero, almeno lavoriamo su questi ed altri  contenuti.
Infatti, poiché essere medico è una vocazione, la vocazione fa a pugni con la concezione impiegatizia che è presente nella logica del sindacato e quale è vissuta spesso anche da noi, per stanchezza o calo di tensione.

Editoriale a cura di F. Cavalot

                                                                                                                                        La Redazione

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