RASSEGNA STAMPA
SOPRAVVIVERÀ LA MEDICINA ALLE DIRETTIVE ANTICIPATE?


Ormai prendersi cura delle persone più disagiate viene presentato come una violenza disumana, mentre chi assiste una persona umana per condurla alla morte di fame, sete e solitudine assume il ruolo di paladino della libertà.
Questo scenario culturale è penetrato così profondamente nella nostra società, che i parenti chiedono sempre più spesso di evitare ai loro cari la condizione di disabilità grave. Nel dialogo quotidiano con i parenti dei pazienti critici si scorge sempre di più un senso ultimo di sfiducia e di paura di una eventuale futura disabilità, che si manifesta con una velata richiesta di abbandono del paziente. Sorge il dubbio che saremo costretti frequentemente a curare i pazienti “contro” i desideri espressi dalle loro famiglie.
L’impressione che si ricava dall’epilogo della vicenda di Eluana Englaro e dal dibattito sulle direttive anticipate e sulle cure di fine vita è che si pretenda di definire in base alla legge che cosa sia la vita, e se valga o non valga la pena di essere vissuta. E’ facile, in questo contesto, che anche un medico si dimentichi che la persona viene prima del diritto: tuttavia, va detto con forza che il magistrato o il legislatore non possono sostituire il medico nel delicato compito di entrare in rapporto con il paziente, con ciò che esige, desidera o teme.
Decidere che cosa sia la vita, quando e come sia o non sia più degna di essere vissuta, tuttavia, non è compito neppure del medico. Neanche un profondo e duraturo rapporto professionale medico-paziente, costruito su spiegazioni esaustive ed alto livello tecnico, può attribuire al medico un potere sulla vita della persona che cura. La vita è un dono di Dio e non possiamo disporne come vogliamo. Una medicina che prescinda da questo ci fa paura.

La conseguenza della speranza umana del medico, dell’infermiere o di qualsiasi professionista della salute davanti alla sofferenza è la ragionevolezza delle decisioni terapeutiche che prendiamo. Se un malato in coma ha la febbre alta, mostra segni di sofferenza, presenta certi segni ed indici, una copertura antibiotica non rappresenta necessariamente una misura terapeutica sproporzionata alla sua condizione. Il fatto che risponda o no alla terapia non dipende da noi. Abbiamo curato infezioni acute in malati con tumori in fase terminale, ricorrendo anche al ricovero in terapia intensiva, quando la prognosi della malattia lasciava spazio ad almeno qualche mese da trascorrere in famiglia al rientro dei sintomi acuti. Allo stesso modo, è ragionevole non iniziare manovre rianimatorie su un paziente neoplastico terminale o cardiopatico terminale: bisogna avere l’umiltà di accettare che la vita biologica abbia una fine.

Nel contesto attuale, una legge sulla fine della vita è praticamente inevitabile. Siamo per una legge che fissi solo alcuni punti cardine, e che lasci ampi spazi di autonomia alla responsabilità del medico. Occorre che questa legge salvaguardi la possibilità dei professionisti della salute di avere pietà di una persona fragile, cioè di riconoscere un positivo dentro questa fragilità, un positivo che va assistito, sostenuto e accompagnato, anche se la malattia è incurabile. C’è in gioco la possibilità che la medicina stessa continui a svilupparsi, come avventura affascinante di conoscenza e costruzione del bene comune.

Editoriale a cura di Giovanni Vitale, Federico Villa, Marco Bregni

                                                                                                La Redazione

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