

“Si può essere occupati senza fare nulla né per sé, né per gli altri. Questo vale sia che si sia occupati che disoccupati, il lavoro non dipende dall’occupazione, perché l’occupazione è solo una occasione per lavorare. […]Lavorare è essere in movimento per cambiare, per realizzare sé e aiutare gli altri a realizzare se stessi, ma per fare questo bisogna percepire la promessa che c’è nella realtà. Il vero lavoro della vita è quello che si fa gratis, cioè quello che si fa per essere utili. Per fare il lavoro che implica il cambiamento non si viene pagati, ma senza una promessa del compimento, senza un grande dono, non c’è speranza, non c’è forza, non c’è energia e quindi non c’è lavoro.
Non dobbiamo sorprenderci della necessità di lavorare e dell’impeto che ci viene a lavorare. Dobbiamo anzi assecondarlo, essere sempre più consapevoli dello scopo del lavoro, che è la promessa che ci è stata fatta, cioè la promessa della resurrezione: che la fatica e la morte saranno vinte. Questa è la condizione necessaria perchè quello che compie il lavoro come esperienza vissuta e donata è il dono, cioè la carità.
Cos’è la carità nel rapporto con l’altro?
Non quello che devi fare, ma il minuto in più in cui lui ha bisogno di te.
Don Giussani diceva che Dio ha fatto più di quello che doveva fare per salvarci. Si è commosso, ma non come un moto di sentimento come quando parlano bene di te, ma si è mosso insieme a noi. Così la carità è che tu ti commuovi con l’altro, quando gli dai qualcosa in più che non è richiesto.L’ammalato domanda e, una volta fatto tutto, quello che lo colpisce più di tutto è la commozione che hai per lui, perché questo segna, è questo ciò di cui ha bisogno: che ci sia un movimento insieme a lui, che non prescinde dall’organizzazione, perché l’origine dell’organizzazione è la carità, che va oltre, altrimenti è solo un atto morale, è qualcosa di dovuto ed è morta. La carità è dunque il compimento del lavoro, è quello per cui il lavoro esiste, e il compimento del lavoro è quello che noi vogliamo. Il nostro lavoro inizia come risposta a una promessa, ma poi c’è il sudore quotidiano, c’è la necessità della carità e dell’esperienza che alla fine compie. Così si capisce perché assistere gli ammalati è una professione, non semplicemente una mansione, un’occupazione, ma un impegno con l’altro, un pezzo della mia vita che consegno e di cui rispondo.
Si capisce cioè una cosa che diventerà sempre più importante nei prossimi anni: che la cura, l’assistenza, è ospitalità dell’altro dentro di sé. Le persone anziane, la sofferenza prolungata hanno bisogno di essere ospitate. Avremo sempre più bisogno sia di ospedali che di reparti di urgenza. Di ospedali per ospitare, per curare la gente e per assisterla. La degenza tecnologicamente avanzata si può stringere e verrà ridotta soprattutto perché costa. Ma come diceva Carlo Colombo prima di morire: “il ciclo della prestazione diventa sempre più breve e il bisogno diventa sempre più lungo”. Questo “bisogno lungo” è come avere davanti la morte invece che per un giorno per degli anni. Avere davanti la sofferenza per degli anni, come Eluana: o questi fatti succedono per caso o perché hanno una ragione che è richiamare il mondo di oggi a quello che manca più di tutto, cioè la carità. Dio agisce misteriosamente: vedendo questo fatto quanta gente ha capito cosa può essere la carità! E questo “bisogno che si allunga” ci dice che abbiamo bisogno di carità, non l’abbiamo tra noi, con i figli, non c’è più capacità di attaccarsi. Ci è data un’occasione provvidenziale per il lavoro che facciamo e per il mondo in cui siamo, per crescere e comprendere cosa è veramente il lavoro e, vista l’esigenza che c’è, di comunicarlo agli altri. Pensate se, con tutti i problemi che ci sono, l’assistenza perdesse la carità. Ci deve essere una ragione per cui questa esigenza è così sottolineata e non vale solo per la medicina, ma per tutto il mondo.”
G. Cesana, Assemblea conclusiva alle vacanze di Medicina e Persona 2010 a Corvara
La Redazione