RASSEGNA STAMPA
LA VACANZA DI MEDICINA E PERSONA: NON SI PUO' ESSERE AMICI DEGLI UOMINI SE NON SI VIVE DI AMICIZIA


La vacanza alla fine è arrivata: affannati, tutti pieni di lavoro da fare prima di partire, siamo partiti per Corvara. Guardando il nostro quotidiano e i volti di coloro che lavorano con noi ci interessava una risposta alla domanda sempre più urgente: mentre lavoriamo avviene il compimento della nostra persona? Possiamo costruire luoghi dove veramente ci si prende cura dell’uomo e allo stesso tempo questa soddisfazione si può sperimentare?

Come andrà stavolta? Non si può nascondere che un po’ di trepidazione c’è sempre quando  si vede intorno a sé la speranza di persone che hanno fatto migliaia di Km per venire. Eppure, come già abbiamo avuto modo di verificare nelle edizioni precedenti, è successo di più di quanto avessimo programmato. Anzitutto, i numeri: più di quattrocento partecipanti, da tutta Italia e dall’estero (Spagna, Argentina, Paraguay), i tre quarti dei quali si sono fermati per almeno tre giorni, tanto da riempire l’albergo e da costringere altri alberghi del paese ad aprire prima del previsto. Poi, la compagnia: sono stati giorni fittissimi, pieni di domande e di sollecitazioni, con incontri previsti ed imprevisti. Grande stupore per quelli con Bernhard Scholz, don Francesco Ventorino e Giancarlo Cesana, ma anche per Sergio Franco, Huber Messner, Angelo Righetti e tanti altri.

Bernhard Scholz ha ripreso il lavoro sull’organizzazione fatto durante l’anno, e sulla base delle esperienze enunciate ha ribadito che è possibile creare una organizzazione che aiuti a raggiungere lo scopo della cura del paziente: non bisogna perciò avere paura dell’organizzazione, che può essere anche la condizione per costruire. Tre principi irrinunciabili in essa: la responsabilità personale, il lavoro in equipe e lo scopo comune. Dietro a questi principi c’è un cambiamento culturale che è frutto di un’ educazione. L’uomo realizza se stesso mettendo il suo contributo al servizio di qualcosa più grande di lui.

Don “Ciccio”  è partito dalla sua esperienza personale di paziente, e citando McCarthy e Camus, ha ribadito che la posizione più ragionevole di fronte alla realtà è desiderare l’impossibile. In questa posizione della ragione di fronte all’essere, in questa affermazione di Qualcosa che necessariamente ha da esserci, in questo desiderio e in questo riconoscimento della positività del reale c’è tutta la conformità alla natura stessa della ragione. È questo atteggiamento che il paziente riconosce al medico, e glielo rende amico. Di fronte alla malattia la grande domanda è: cosa sta accadendo del mio malato in questo momento? Sta andando verso il niente o verso il compimento? La risposta a questa domanda cambia l’atteggiamento davanti al paziente.

Giancarlo Cesana, nell’assemblea finale, ha ricordato che la carità non è fare tutto quello che si deve fare, ma fare qualcosa di più. Ha citato Don Giussani, che dice che “Dio ha fatto di più di quello che doveva fare per salvarci: si è commosso”, non come un moto di sentimento come quando parlano bene di te, ma si è mosso insieme a noi. Così la carità è che tu ti com-muovi con l’altro, quando gli dai qualcosa in più che non è richiesto. L’ammalato domanda. Una volta fatto tutto, quello che lo colpisce più di questo tutto è la commozione che abbiamo per lui, perché questo segna, è questo di cui ha bisogno, che ci sia un movimento insieme a lui, che non prescinde dall’organizzazione, perché l’origine dell’organizzazione è la carità, ma va oltre  essa: altrimenti è solo un atto morale, è qualcosa di dovuto ed è già morto. Questo “ minuto in più….”  compie  chi lavora e risponde a chi domanda più della salute.

Da tutta la vacanza è venuta fuori l’assoluta eccezionalità dell’esperienza di Medicina e Persona: un luogo in cui medici, infermieri, specializzandi, e amministratori si trovano insieme per un’ amicizia che aiuta al lavoro. È la conferma che una compagnia umana, cui ci si può affidare, è la nostra casa, è la possibilità di crescere umanamente e professionalmente. Da qui nasce un entusiasmo, per la scoperta rinnovata che lavorare ci compie molto di più ora di quando avevamo 25 anni. Abbiamo visto arrivare tutti stanchi e con sorpresa ripartire contenti: questa è la possibilità che cambino anche i luoghi della cura a cui siamo ritornati.
Editoriale a cura di M. Bregni e P. Marenco

                                                                                                                       La Redazione

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