

All’inizio di questo nuovo anno possiamo affermare di nuovo che la vita è una cosa buona.
Perché sosteniamo che la vita drammatica, dura - talvolta durissima - è buona?.
La lettura delle notizie del lungo periodo natalizio potrebbe indurci a disperare; eppure c’è tra esse un fatto che colpisce, da guardare con gratitudine perché paradigmatico di una posizione umana che è piena, che ognuno avverte corrispondente a sé in qualsiasi circostanza si trovi, e che, nonostante la sua eccezionalità, è esperienza possibile anche per la propria vita, così come è accaduto a chi l’ha vissuto. (Storia di un bambino che non doveva nascere e che oggi sarà battezzato – Il Foglio, 27/12/2008).
Di fatti come questi abbiamo bisogno per stupirci, poi per domandarci quale possa essere l’origine di una umanità così, cioè come sia possibile ancora oggi tanta bontà, e infine per continuare a sperare, cioè a vivere da uomini.
Da tempo continuiamo a lanciare e sottoscrivere appelli, diventati ormai quasi quotidiani.
Ma ogni appello suona a vuoto se non si scopre e non si desidera che permanga questa nuova dimensione di sé, che permette di continuare a vivere e di sottoscrivere ciò che è vero e giusto.
Oggi ciò che convince è sempre meno un discorso e sempre più una esperienza in atto, cioè viva, inequivocabile perché visibile davanti agli occhi, che sfida l’umanità presente con l’immagine di un’altra umanità. Questa sfida avviene cominciando già noi questa umanità nuova.
Buon anno a tutti.
A cura di C. Isimbaldi
La Redazione